Una gara di qualifica all'aperto è fatta di settantadue frecce in due serie da trentasei, e fra una volée e l'altra passa parecchio tempo: si va al bersaglio, si segna, si torna, si aspetta il proprio turno. Viene naturale chiedersi come si faccia a restare concentrati per tutta la giornata, e se la concentrazione sia una dote che si ha oppure una capacità che si allena. Chi tira da qualche anno ha anche un'impressione precisa: verso la fine della gara la testa si stanca, e le frecce ne risentono.
Gli studi su arcieri rispondono a queste domande meno direttamente di quanto ci si aspetterebbe, perché quasi nessuno ha misurato la concentrazione mentre si tira: la si misura prima o dopo, e poi la si confronta con il punteggio oppure la si rimisura dopo qualche settimana di allenamento. Dove mettere l'attenzione durante il tiro è il tema dell'articolo sul focus attentivo; qui la domanda è come tenerla per tutta una gara.
Che cosa misurano gli studi quando dicono concentrazione
La parola copre almeno tre cose diverse. La prima è la concentrazione che l'arciere si attribuisce: in un questionario risponde a domande sul restare concentrato quando qualcosa va storto, e il punteggio dice quanto si sente concentrato. La seconda è un test di attenzione, cioè un compito da svolgere contro il tempo, come cercare in ordine i numeri sparsi su una griglia o barrare certe lettere in un foglio pieno di lettere simili. La terza è un segnale del cervello letto con gli elettrodi. Le tre misure non si sovrappongono, e molti disaccordi della letteratura nascono dal fatto che due studi chiamano con lo stesso nome due cose diverse.
Dipende dallo strumento anche l'idea che la concentrazione sia il punto debole degli arcieri. In sedici arcieri di una selezione regionale indonesiana era la più bassa delle tre abilità misurate, al 68,3 per cento del punteggio possibile, sotto il controllo dell'ansia e la preparazione mentale. In undici arcieri d'élite turchi, misurati su dodici abilità, la concentrazione in sé era nona, a 19,6 su una scala che arriva a 28, mentre la più bassa di tutte era la capacità di riconcentrarsi dopo una distrazione, ferma a 13,1. Per questo l'affermazione che fra le abilità mentali la concentrazione è quella in cui gli arcieri vanno peggio è contestata. La differenza fra tenere la concentrazione e ritrovarla è comunque la cosa più utile che questi due piccoli studi lasciano, e ci torno alla fine.
Concentrazione e punteggio
Il lavoro più grande e più vecchio sulla domanda risale alla metà degli anni Ottanta: più di cento arcieri americani, dal principiante al livello mondiale, dichiaravano quanto si sentivano concentrati e compilavano un questionario standard sullo stile attentivo. Nessuna delle due misure andava con il punteggio, e la concentrazione dichiarata si fermava a una correlazione di 0,16. Gli studi che usano un test di attenzione trovano quasi sempre un legame positivo. Il dato più solido viene da sessantuno arcieri della nazionale cinese, in cui un test carta e matita fatto una settimana prima di una gara si legava alla prestazione in quella gara con una correlazione di 0,43; tre studi indonesiani del 2026 con un test a griglia arrivano a correlazioni fra 0,62 e 0,79, su gruppi da quindici a quarantacinque arcieri.
Anche dalla parte dei test il quadro ha delle crepe. In quarantacinque arcieri tradizionali turchi solo due indici del test d2 si legavano al punteggio, mentre la prestazione di concentrazione, gli errori e la fluttuazione misurati sullo stesso foglio non si legavano a niente; nello studio indonesiano uscito nella rivista dubbia il legame spariva appena si teneva conto della forza del braccio. Per questo l'affermazione che gli arcieri che tengono meglio la concentrazione fanno punteggi più alti è contestata. Sono tutte associazioni raccolte in un momento solo, e non dicono se sia l'attenzione a portare i punti o se siano gli anni di tiro a far crescere l'una e gli altri.
Lo stesso succede quando si confrontano livelli diversi. Fra sessantacinque giovani arcieri russi quelli della nazionale giovanile sbagliavano meno a un test di attenzione rispetto ai compagni di livello regionale, 2,38 errori contro 3,50, ma nello stesso studio il grado sportivo e gli anni di pratica non facevano nessuna differenza, e l'affermazione che gli arcieri di livello più alto distribuiscono meglio l'attenzione resta contestata. Quanto agli anni di gara, in settanta arcieri greci chi gareggiava da sei anni o più si dava un voto di concentrazione più alto di chi gareggiava da uno o due, 5,4 contro 4,7 su 6, ed è per questo che l'affermazione che con gli anni di gare l'arciere dichiara più fiducia, più concentrazione e meno preoccupazioni è riportata.
Settantadue frecce e la seconda metà della gara
Alla domanda da cui siamo partiti si avvicinano di più gli studi che leggono il punteggio di una gara metà per metà, e il risultato va contro l'impressione comune. In dieci arcieri brasiliani, su una gara al chiuso simulata da sessanta frecce, le prime trenta e le seconde trenta davano medie vicine, 218,8 e 216,0 punti, mentre la stanchezza dichiarata saliva da 2,3 all'inizio a 5,8 su dieci alla fine. Al Campionato Arabo del 2023, l'unica gara disputata del gruppo, metà dei 42 arcieri peggiorava nella seconda serie da 70 metri e l'altra metà no. L'affermazione che nella seconda metà di una gara il punteggio non cala, anche se la stanchezza cresce è quindi riportata, con limiti chiari: campioni piccoli, gare quasi sempre simulate e confronti fra le due metà letti quasi sempre senza un test statistico.
Questi studi misurano il punteggio e la stanchezza, non la concentrazione, ma suggeriscono che sentirsi più stanchi non vuol dire per forza segnare meno. Un indizio su che cosa distingua chi regge viene da un test di attenzione fatto a cento bambini turchi, cinquanta tesserati al tiro con l'arco e cinquanta appena arrivati: i tesserati andavano meglio, 101,7 contro 83,8, e il divario si allargava nella parte finale della prova, 33,8 contro 25,8, dove i principianti calavano e diventavano molto più irregolari. È un confronto fra bambini, ma a separare i due gruppi era la tenuta più della partenza.
Ci sono poi condizioni esterne che possono pesare sulla concentrazione. Undici arcieri della nazionale malese, intervistati dopo il Ramadan, raccontavano le prime due settimane di digiuno con parole come vivacità e attenzione (il 45 per cento degli arcieri) e le ultime due con parole come distrazione e letargia (il 73 per cento); sei su undici indicavano la distrazione come il problema principale. Sono ricordi raccolti a posteriori, e per questo l'affermazione che nella seconda metà del Ramadan gli arcieri che digiunano fanno più fatica a concentrarsi è riportata e non di più. In tredici giovani arcieri malesi misurati durante il digiuno, invece, la confusione dichiarata e il punteggio non cambiavano, anche se non si sa in quale settimana del mese sia stata fatta la misura.
Più vicina alla vita di tutti i giorni è la domanda sul telefono, e i dieci arcieri brasiliani della gara simulata servivano proprio a quella. Ciascuno ha tirato le sessanta frecce due volte, in ordine casuale, una volta dopo quarantacinque minuti di social e una dopo quarantacinque minuti di documentario: il punteggio era 435,6 contro 433,9, e la concentrazione percepita non cambiava in modo significativo. L'affermazione che usare i social network prima della gara non peggiora il punteggio è quindi riportata, ma dieci persone bastano a escludere un effetto grande, non uno piccolo. L'abitudine è un'altra domanda: l'unico confronto fra arcieri più e meno dipendenti dallo smartphone, venti punti di differenza su trentasei frecce, è uscito in una rivista con criteri editoriali dubbi, e per questo l'affermazione che gli arcieri più dipendenti dallo smartphone fanno punteggi più bassi resta fra quelle non studiate.
Il lavoro mentale
Gli studi più diretti sull'allenamento della concentrazione sono quelli che aggiungono un lavoro mentale all'allenamento e misurano l'attenzione prima e dopo. Il primo dato è un resoconto sulla squadra olimpica di Taiwan preparata per Atene 2004: sei arcieri, un programma fatto soprattutto di respirazione e di immaginazione, e al questionario finale la concentrazione era l'abilità cresciuta di più, senza statistiche e senza un gruppo di confronto. Nel 2020 sono arrivate due prove con un gruppo di controllo, in club universitari indonesiani e con un test a griglia. Nella prima dieci arcieri che seguivano l'allenamento mentale abituale del club passavano da 11,1 a 15,6 in quattro settimane, ma gli altri dieci, che lavoravano al computer, salivano da 11,2 a 19,7, per cui nessun gruppo restava senza lavoro mentale. Nella seconda, a Medan, sei arcieri che facevano una decina di minuti di rilassamento muscolare progressivo dopo l'allenamento salivano da 16 a 21,67, mentre i sei del gruppo di controllo passavano da 16 a 16,33.
L'affermazione che l'allenamento mentale migliora la concentrazione dell'arciere è riportata: tre studi nella stessa direzione e nessuno contro, ma campioni da sei e da dieci persone e un esito che è sempre un test su carta, mai il bersaglio. C'è poi uno studio del 2024 sullo stesso club di Medan, con dodici arcieri divisi in due gruppi da sei, che chiama l'esercizio meditazione mindfulness e riporta gli stessi punteggi medi, 16 e 21,67 contro 16 e 16,33, con gli stessi valori di p; finché non è chiaro se si tratti di due esperimenti distinti, mi sembra prudente leggerli come un risultato solo.
Sulla mindfulness gli studi su arcieri sono sei, e le loro risposte non si conciliano. Ventitré arcieri universitari taiwanesi, dopo otto sedute in quattro settimane, diventavano più rapidi in tutte le condizioni del test di Stroop, nella più difficile da 33,7 a 29,0 secondi, ma senza un gruppo di controllo. Nella nazionale cinese di arco e tiro a segno, guardando i soli venticinque arcieri, da cinque a otto settimane di mindfulness non cambiavano il tempo di reazione a un test di attenzione, che passava da 510 a 509 millisecondi. L'affermazione che un programma di mindfulness migliora il controllo dell'attenzione dell'arciere è per questo contestata. Le tecniche mentali e i loro effetti sul punteggio sono il tema dell'articolo sul mental skills training.
Anche respirazione e yoga hanno studi su arcieri a favore. Trentasei principianti turchi fra i 14 e i 18 anni, divisi in tre gruppi, aggiungevano per otto settimane quindici minuti di respirazione a narici alterne, oppure di visualizzazione, oppure niente: a un test di attenzione su carta il gruppo della respirazione migliorava più degli altri due, anche se migliorava pure chi si allenava soltanto e i gruppi non erano formati a sorte. Con questo studio l'affermazione che allenarsi a respirare lentamente migliora l'attenzione sostenuta è passata a riportata; prima si reggeva solo su trentanove impiegati. Il più solido di tutto il gruppo è uno studio sullo yoga: arcieri indiani fra i 12 e i 20 anni assegnati a sorte a otto settimane di yoga o a una lista d'attesa, con chi misurava all'oscuro dei gruppi e 82 arcieri nell'analisi finale. Lo yoga riduceva di 36,7 millisecondi più del controllo il tempo perso per colpa dei distrattori al test delle reti attentive, mentre la vigilanza di base non cambiava. L'affermazione che lo yoga migliora l'attenzione dei giovani arcieri è riportata, e nessuno ha guardato se quei millisecondi cambino il punteggio.
Tirare di più, o più lontano
L'idea che il tiro stesso alleni la concentrazione è diffusa, e gli studi la sostengono soprattutto quando sono costruiti in modo debole. I guadagni più vistosi vengono da corsi base misurati prima e dopo, mentre i due studi in cui i partecipanti erano assegnati a sorte non trovano niente: due mesi di tiro in ventidue principianti ucraini lasciavano le tabelle di attenzione dov'erano, e in venti adulti malesi sei settimane di tiro non accorciavano i tempi di reazione più del non fare nulla, perché miglioravano entrambi i gruppi. È la ragione per cui l'affermazione che praticare il tiro con l'arco migliora attenzione e concentrazione è contestata, e lo studio malese spiega anche buona parte degli altri: rifare lo stesso test dopo qualche settimana basta a farlo migliorare.
Per chi tira già, la domanda pratica è se cambiare il modo di allenarsi sposti qualcosa, e un solo studio l'ha messa alla prova. Quaranta arcieri sub-élite di Giava Orientale, fra i 14 e i 20 anni, sono stati divisi in quattro gruppi da dieci: per dodici settimane tre gruppi si sono allenati a 20, a 50 o a 70 metri con un protocollo fisso, tre serie da 36 frecce a seduta e non più di dieci secondi a freccia, mentre il quarto ha continuato l'allenamento abituale, anch'esso a 70 metri. La concentrazione era misurata con il test del disegno allo specchio, in cui si ripassa un tracciato guardandolo riflesso.
Gli autori trovano il gruppo dei 70 metri diverso dal gruppo abituale e da quello dei 20 metri, e ne concludono che le distanze lunghe allenano la concentrazione. Le loro tabelle, però, mostrano altro: il tempo si accorcia in tutti i gruppi, e il calo più grande è proprio nel gruppo abituale, da 74,5 a 47,0 secondi, contro 74,0 e 54,8 a 70 metri. Per questo nel registro lo stesso studio sostiene due schede. L'affermazione che allenarsi alle distanze lunghe migliora la concentrazione più dell'allenamento abituale è contestata, perché lo studio contiene sia la lettura degli autori sia i numeri che la contraddicono; quella scritta nella direzione dei numeri, che allenarsi a una distanza fissa, corta o lunga, non migliora la concentrazione più dell'allenamento abituale, è riportata, con un solo studio e un test che si impara ripetendolo.
La nicotina
Uno studio ha provato anche una sostanza. Undici arcieri universitari del ricurvo di livello nazionale, tutti non fumatori, hanno masticato una gomma alla nicotina oppure una gomma identica senza nicotina, nelle due condizioni a turno: con la nicotina erano più rapidi in un test di attenzione e completavano un test di destrezza fine in 48,8 secondi invece di 53,4, mentre i tempi di reazione non cambiavano. L'affermazione che una gomma alla nicotina migliora concentrazione e destrezza manuale negli arcieri è riportata, su undici persone e con una sola prova. La nicotina crea dipendenza, e il registro annota il risultato senza suggerirne l'uso; di caffeina, alcol e nicotina parla l'articolo su caffeina e alcol nel tiro con l'arco.
Dove si ferma la ricerca
Messi insieme, questi studi condividono tre limiti. Il primo è la misura: la concentrazione si legge quasi sempre in un test di pochi minuti su carta o al computer, e nessuno di questi studi ha seguito la concentrazione di un arciere freccia dopo freccia lungo una gara intera. Il secondo è l'esito, perché nessuno degli studi che allenano l'attenzione citati qui ha guardato il punteggio sul bersaglio: gli studi dicono che dopo qualche settimana di respirazione, rilassamento o yoga gli arcieri fanno meglio un test, non che tirino meglio. Il terzo è il test che si impara. In molti studi migliorano anche i gruppi di controllo, e i guadagni più grandi vengono dagli studi con il disegno più debole; dove i partecipanti sono assegnati a sorte e chi misura non conosce i gruppi, come nello studio sullo yoga, l'effetto resta, ma riguarda solo le prove più difficili e la vigilanza di base non si muove.
Cosa ne ricavo per la linea di tiro
Dai dati non esce un metodo per restare concentrati per settantadue frecce, ma escono tre indicazioni. La prima riguarda la stanchezza. Negli studi che hanno letto il punteggio metà per metà la seconda parte della gara valeva quanto la prima anche quando gli arcieri si sentivano molto più stanchi, per cui la sensazione di avere la testa meno lucida verso la fine non basta a dire che le frecce peggiorino. È una cosa che ciascuno può controllare sul proprio score: confrontare le due serie da 36 in qualche gara e in qualche allenamento lungo dice di più di qualunque impressione.
La seconda riguarda il ritrovare la concentrazione più che il tenerla. Negli arcieri d'élite turchi l'abilità più bassa era riconcentrarsi dopo una distrazione, e una gara è piena di interruzioni: il recupero delle frecce, l'attesa del proprio turno, un 6 che arriva senza preavviso. Per questo, più che cercare di restare concentrato in modo continuo per ore, preferisco avere un modo fisso di rientrare nel tiro a ogni volée, che è il lavoro di una routine pre-tiro. Gli studi citati qui non misurano se una routine aiuti a riconcentrarsi, quindi la considero un'indicazione mia e non un risultato.
La terza riguarda gli esercizi. Respirazione lenta, rilassamento, meditazione e yoga chiedono poco tempo e, in studi piccoli, fanno migliorare i test di attenzione, lo yoga anche in uno studio costruito bene; nessuno, però, ha mostrato che portino punti. Possono stare nell'allenamento di chi li trova utili, sapendo che l'effetto sul bersaglio non è stato misurato. Spostare l'allenamento su una distanza fissa, anche a 70 metri, per allenare la concentrazione non trova invece appoggio nei dati: nell'unico studio che l'ha provato il gruppo che si allenava come sempre migliorava il test più degli altri.