«Quanto conta l'allenatore, e in gara deve parlarmi o stare zitto?» La domanda arriva in due versioni. L'arciere che si allena da solo, o con un tecnico di società che vede una volta alla settimana, vuole sapere se un allenatore gli cambierebbe il punteggio. Il tecnico che porta i suoi arcieri in gara vuole sapere che cosa fare nei pochi metri dietro la linea, quando dire qualcosa e quando restare fermo.

Le due versioni hanno la stessa bibliografia, per questo stanno in una pagina sola divisa in due parti: la prima per chi tira, sul rapporto fra arciere e allenatore, la seconda per chi allena, sulla gara. Gli studi sono pochi, quasi tutti interviste e questionari, e rispondono meglio alla seconda domanda che alla prima.

Per chi tira: quanto conta avere un allenatore

La risposta più diretta sarebbe un confronto fra arcieri seguiti da un allenatore e arcieri che si allenano da soli, con il punteggio misurato prima e dopo. Nessuno l'ha fatto. Gli studi che esistono guardano come funziona il rapporto: quanto l'arciere si fida, come giudica la comunicazione, che cosa vede un allenatore quando guarda tirare. Dicono quindi qualcosa su che tipo di allenatore conta, non su quanti punti valga averne uno.

La fiducia e la voglia di continuare

Lo studio più grande viene dalla Corea del Sud: 220 arcieri del ricurvo di scuola media e superiore hanno compilato un questionario ai campionati nazionali del 2007. Nel modello degli autori l'interazione con l'allenatore si lega alla soddisfazione per l'allenamento e alla fiducia nell'allenatore, e la fiducia si lega a sua volta all'intenzione di continuare a tirare, con un coefficiente di 0,669. Interazione e soddisfazione non arrivano alla voglia di continuare per una strada diretta, perché i loro percorsi non erano significativi: nel modello passano tutti dalla fiducia.

Le cautele sono tre. Il modello che si adatta ai dati è quello corretto dopo averli visti; si misura l'intenzione dichiarata, non chi smette davvero; e tutte le risposte vengono dallo stesso questionario, compilato in un solo momento. Per questo l'affermazione che nei giovani arcieri la fiducia nell'allenatore tiene in piedi la voglia di continuare è riportata.

Come gli arcieri giudicano la comunicazione

Un questionario indonesiano su venti arcieri della squadra regionale di Giacarta, in preparazione ai Giochi nazionali, dà un giudizio buono ma non pieno sulla comunicazione con l'allenatore: il 73,7% del punteggio possibile, con circa una risposta su quattro incerta o negativa. Le dimensioni più fragili sono l'apertura e il senso di parità, con circa il 16% di risposte in disaccordo, la più solida l'atteggiamento positivo, sotto il 6%. È la fotografia di una squadra sola, senza legami con il punteggio, e l'affermazione che gli arcieri giudicano buona la comunicazione con l'allenatore, ma l'apertura e il senso di parità restano indietro è riportata.

La parità torna, con altre parole, nelle interviste a otto arcieri della squadra olimpica sudcoreana, quattro uomini e quattro donne. Alcuni raccontano che quando l'allenatore discute con loro il programma di corsa, pesi e tiro all'aperto, e ricontrolla gli obiettivi, si sentono più responsabili e più impegnati; altri che un allenatore che cambia il programma senza avvisare, o vuole sapere dove vanno anche nei giorni liberi, li fa sentire non rispettati. Uno aggiunge che sentirsi ripetere quanto vale in denaro ogni sua freccia lo spinge a chiedersi se continuare. Sono racconti, non misure di motivazione, e l'affermazione che gli arcieri d'élite si sentono più impegnati quando l'allenatore li coinvolge nella programmazione è riportata.

Che cosa vede l'occhio dell'allenatore

Una parte del lavoro di un allenatore è guardare e giudicare, e un piccolo studio svedese permette di mettere quel giudizio accanto a un punteggio. Quattro allenatori federali hanno diviso venti arcieri fra i 13 e i 18 anni in tre livelli, molto d'accordo fra loro (correlazione multipla 0,90), e poi i ragazzi hanno tirato dodici frecce a 18 metri.

FIG · 01 Il giudizio degli allenatori e il punteggio 4 allenatori federali, 20 arcieri di 13-18 anni divisi in tre livelli, 12 frecce a 18 m Punteggio medio su 120 Giudicati meno forti 91,3 Giudicati intermedi 105,6 Giudicati d'élite 105,5 0 40 80 120 La differenza è significativa solo fra i meno forti e gli altri due gruppi.
Fig. 01 Punteggio medio dei tre gruppi formati dal giudizio degli allenatori, nella condizione di controllo dello studio. I gruppi mescolano archi di tipo diverso, e i meno forti erano buoni arcieri di club. Dati ridisegnati dalle tabelle dello studio.

Il gruppo giudicato meno forte ha fatto in media 91,3 punti su 120, quello intermedio 105,6 e quello d'élite 105,5: il giudizio separava i meno forti dagli altri, mentre fra intermedi ed élite il punteggio era lo stesso. Dodici frecce sono poche per distinguere due gruppi vicini, e i ragazzi tiravano con archi diversi, per cui l'affermazione che il giudizio degli allenatori riconosce gli arcieri meno forti, ma non distingue i livelli più alti è riportata, come un indizio su venti ragazzi.

Il vantaggio coreano

Prima o poi, parlando di allenatori, arriva la Corea del Sud, e con lei l'idea che i coreani vincano grazie a una tecnica tutta loro. L'unico studio sulla domanda ha intervistato tre volte ciascuno tre storici allenatori della nazionale coreana, e il tema che li accomuna è lo studio continuo e volontario degli allenatori, non una tecnica o un'attrezzatura migliore. Raccontano una rete nata nel 1975 da un incontro amichevole fra arcieri universitari del sud, diventata un gruppo di studio per allenatori l'anno dopo e poi una rete nazionale, e un metodo messo per iscritto nel 2011 in un manuale federale che tiene insieme tecnica, preparazione fisica, mente e messa a punto dell'arco.

Gli stessi allenatori, però, dicono che le posture dei loro atleti rientrano in uno schema di fondo comune che negli stranieri non vedono: una forma condivisa esiste anche nel loro racconto, solo che non è segreta. Sono tre persone che descrivono il sistema che hanno costruito, senza dati sui risultati né confronti con altri paesi, e per questo l'affermazione che il vantaggio coreano viene dalla formazione continua degli allenatori, non da una tecnica segreta è non studiata: da dove venga quel vantaggio nessuno l'ha misurato.

Per chi allena: che cosa fare sulla linea di tiro

Sulla gara gli studi sono più vicini alla domanda. Il più ricco viene dalla Francia: un allenatore esperto e quattro arcieri del ricurvo della nazionale, due dei quali fra i primi otto al mondo, filmati in due gare importanti per ventidue ore e mezza. Subito dopo ciascuno ha rivisto le immagini con i ricercatori, raccontando che cosa stava facendo e perché.

Che cosa fa un allenatore di vertice in gara

Gli arcieri lavoravano soprattutto da soli, e cercavano l'allenatore quando un calo di punteggio non passava. L'allenatore osservava, seguiva i punteggi, annotava le buone frecce e non interveniva quando un arciere tirava bene, per non distrarlo; rispettava anche chi cercava da solo la soluzione, se pensava che potesse farcela. Delle sue tre sequenze di intervento tipiche due partivano da una richiesta dell'arciere, e la terza era l'intervento d'urgenza, quando vedeva un arciere che dopo un risultato deludente non riusciva a gestire da solo la propria reazione. I consigli riportavano l'arciere sul processo di tiro e lo allontanavano dal vento, dai punteggi e dagli avversari; gli arcieri, dal canto loro, riformulavano in silenzio il consiglio e ne tenevano solo la parte più operativa.

Gli stessi arcieri, intanto, volevano sapere dove erano in classifica: guardavano il tabellone, ascoltavano i punteggi annunciati, chiedevano a un compagno e confrontavano le frecce dell'avversario con le proprie, anche se l'allenatore, quando li consigliava, li invitava a non pensarci. Fra una prova e l'altra staccavano del tutto, con la musica in cuffia, una rivista, un cubo di Rubik. L'affermazione che in gara gli arcieri d'élite seguono i punteggi degli avversari e fra una prova e l'altra staccano dal tiro è riportata: descrive bene quattro arcieri, ma nessuno ha guardato se questi comportamenti aiutino.

Dopo una serie andata male

Dopo una serie deludente, uno dei comportamenti tipici degli arcieri francesi era cercare da soli di ritrovare il tiro: provare a rilassarsi, ripassare mentalmente il gesto intero o una sua parte, parlarsi. Qualche anno prima otto arcieri della squadra olimpica italiana di Atlanta 1996 descrivevano tre modi di reagire all'errore, tutti gestiti da soli: tornare all'esecuzione corretta, cancellare l'errore e ripartire dalla routine, analizzare il tiro per non ripeterlo. Gli arcieri francesi, però, in altri due comportamenti tipici andavano dall'allenatore dopo un calo e confrontavano la propria lettura con la sua. L'affermazione che dopo una serie andata male una delle risposte dell'arciere d'élite è cercare la soluzione da solo è riportata, con l'accento su «una delle»: quattro arcieri descritti senza misure non dicono quanto spesso si prenda quella strada né se aiuti la serie dopo.

Che cosa legge l'arciere nell'allenatore

Il secondo studio sulla gara dà il punto di vista di chi tira: sono gli otto olimpionici sudcoreani. Raccontano di leggere il comportamento dell'allenatore mentre sono in linea: per uno di loro un allenatore che guarda i punteggi in silenzio sembra preoccupato e gli fa perdere fiducia, per un altro l'ansia dell'allenatore si attacca più della calma, e una correzione a metà incontro peggiora le cose. Nei momenti di crisi chiedono sostegno emotivo e informazione concreta insieme, e uno precisa che la fiducia non nasce dalle frasi di rassicurazione ma dall'abitudine a vincere nelle piccole cose di tutti i giorni. L'affermazione che in gara l'arciere legge il comportamento dell'allenatore, e quello che vede gli cambia la fiducia è riportata: sono racconti, senza punteggi né misure di fiducia.

Gli stessi racconti complicano la regola dell'allenatore che in gara parla solo se interpellato. Un arciere, dopo un sette che seguiva cinque dieci di fila, racconta che l'allenatore gli ha letto l'ansia in viso e, con tono calmo, gli ha descritto in poche parole come tira quando tira al meglio, e che questo l'ha aiutato. Un altro si è innervosito per la ragione opposta, perché in una finale a squadre riceveva solo un incoraggiamento ripetuto alle sue spalle e nessuna indicazione su che cosa non andasse. Gli arcieri coreani sembrano chiedere un intervento pertinente, non per forza raro né su richiesta, e per questo l'affermazione che in gara gli arcieri d'élite preferiscono un allenatore che interviene poco e su richiesta è contestata: i due studi concordano sul danno delle correzioni a metà gara, ma non sul resto.

Il sostegno dell'allenatore e il choking

L'unico dato misurato su un campione più largo viene dall'Italia: 115 arcieri agonisti hanno compilato dei questionari e indicato quante volte, negli ultimi sei mesi, erano andati in crisi in gara. Chi si sentiva sostenuto dall'allenatore in gara riferiva meno episodi di choking, con un peso di -0,23 in una regressione che teneva conto anche del rimuginio, mentre il sostegno percepito in allenamento non si legava al choking. Nello stesso modello, però, si sentiva più sostenuto chi preferiva allenarsi in gruppo, e potrebbe contare il tipo di arciere più di quello che fa l'allenatore. L'affermazione che il sostegno dell'allenatore in gara riduce gli episodi di choking è quindi riportata, come un'associazione debole raccolta in un solo momento: un arciere che va spesso in crisi può anche ricordare l'allenatore come meno presente.

Parole o gesti

Si dice che sulla linea di tiro arciere e allenatore si capiscano con uno sguardo. Un autore indonesiano ha provato a contarlo nei video di due finali di Tokyo 2020 della nazionale coreana femminile, codificando ogni segno di comunicazione come solo verbale, solo gestuale o misto.

FIG · 02 Parole e gesti in due finali di Tokyo 2020 Segni di comunicazione fra arciere e allenatore, nazionale coreana femminile Finale individuale: 10 segni, 6 con parole Prima, fuori linea In linea di tiro nessun segno di sole parole Alla fine, fuori linea Finale a squadre: 19 segni, 12 con parole Tutta la partita le istruzioni passano dalla voce, i batti cinque dal gesto solo parole parole e gesti solo gesti Un video per finale, codificato da un solo autore senza un secondo osservatore.
Fig. 02 Ogni quadrato è un segno di comunicazione codificato dall'autore. Nella finale individuale i segni sono divisi nei tre momenti della partita; in quella a squadre sono raggruppati per tipo, con i totali della tabella riassuntiva dello studio, che conta come solo gestuale un batti cinque con grida che la sua scheda dava come misto: letto così, i segni con parole sarebbero tredici. Dati ridisegnati dalle tabelle dei due studi.

Nella finale individuale i segni sono dieci: due solo verbali, quattro solo gestuali e quattro misti. I due fatti di sole parole stanno entrambi fuori dalla linea, all'inizio, mentre in linea di tiro compaiono solo gesti o parole accompagnate da gesti: la concentrazione, un'istruzione, un'autocorrezione. Su questa finale l'affermazione che sulla linea di tiro l'allenatore comunica con l'arciere più con i gesti che con le parole è riportata, come un caso solo.

Nella finale a squadre, letta con lo stesso metodo, i segni sono diciannove e le proporzioni si pareggiano: sei solo verbali, sei misti, sette solo gestuali. Più che una prevalenza del gesto si vede una divisione dei compiti, perché tutte le istruzioni passano dalla voce e tutti i segni solo gestuali sono batti cinque, in un'alternanza regolare fra l'istruzione prima del tiro e il batti cinque dopo. Contati allo stesso modo, i segni che contengono parole sono sei su dieci in una finale e dodici su diciannove nell'altra, e per questo l'affermazione più larga, che in gara arcieri e allenatore comunicano soprattutto senza parole, è non studiata: l'autore la sostiene nelle conclusioni, ma i suoi conteggi non danno una direzione.

Lo stress di chi sta dietro la linea

Se l'ansia dell'allenatore si attacca, conviene sapere qualcosa anche di quella. L'unico studio viene ancora dalla Corea: 113 allenatori di squadre scolastiche hanno compilato due questionari durante un campionato nazionale giovanile. Chi pretende la perfezione da sé riferisce un po' più di stress legato alle gare (correlazione 0,26), e così chi la pretende dagli altri (0,24); lo stesso perfezionismo rivolto a sé, però, va con meno stress per le condizioni e il carico di lavoro (-0,24 e -0,32). Gli effetti sono piccoli, perché il perfezionismo spiega il 9,8% dello stress da gara, e l'affermazione che gli allenatori che pretendono la perfezione vivono più stress da gara è riportata. Lo studio non ha guardato gli arcieri: il legame con i racconti coreani lo faccio io, e nessuno l'ha misurato.

Dove si aggiornano gli allenatori

Resta la domanda su dove si impari questo lavoro. Una tesi britannica del 2023 l'ha posta a 63 allenatori qualificati della federazione, sei dei quali poi intervistati. Internet lo usava il 90,3% prima della pandemia, ma solo il 51,9% applicava sempre quello che trovava e appena il 21,9% consultava le risorse online ogni settimana. Nelle interviste la rete serviva soprattutto a ritrovare cose già sapute o video da mostrare agli allievi, e per imparare si preferiva il confronto di persona con altri allenatori; i più esperti, invece, la usavano proprio per colmare lacune. Con 63 risposte su 1.959 allenatori registrati e risultati in due direzioni, l'affermazione che gli allenatori di tiro con l'arco usano internet per ritrovare quello che sanno già, non per imparare è contestata.

Dove si ferma la ricerca

Questi studi descrivono bene come lavorano in gara alcuni arcieri e allenatori di altissimo livello, francesi e coreani, e che cosa gli arcieri dicono di volere: autonomia, poche parole al momento giusto, nessuna correzione tecnica a metà incontro, un allenatore che non mostra la propria ansia. Sono però pochi materiali: dodici arcieri raccontati in due studi qualitativi sulla gara, uno dei quali osserva anche il loro allenatore, le interviste agli otto olimpionici italiani di Atlanta, due video e alcuni questionari su campioni lontani fra loro.

Nessuno ha messo alla prova un modo di stare dietro la linea contro un altro guardando il punteggio, né ha confrontato arcieri con e senza un allenatore, né ha seguito nel tempo i ragazzi che dicevano di voler continuare. E nessuno ha misurato insieme l'ansia dell'allenatore e quella dell'arciere nella stessa gara: che si trasmetta lo raccontano gli arcieri, e per ora resta il loro racconto.

Cosa ne ricavo per il campo

All'arciere che si chiede se un allenatore serva, questi studi non danno un numero di punti. Dicono che il rapporto conta per come è fatto: nei ragazzi coreani la voglia di continuare passava dalla fiducia, e alcuni olimpionici raccontavano di sentirsi più impegnati quando il programma si discuteva insieme. Se cercassi un allenatore guarderei quindi se mi coinvolge nelle scelte e se il suo occhio mi fa vedere quello che da solo non vedo, sapendo che anche un occhio esperto, nello studio svedese, distingueva bene chi era indietro e meno bene chi era già avanti. Il video del proprio tiro aiuta, ma non prende il posto di quell'occhio.

Al tecnico che porta i suoi arcieri in gara, le osservazioni suggeriscono tre cose, nessuna messa alla prova sul punteggio. La prima è lasciare il lavoro all'arciere finché lo regge: nello studio francese l'allenatore non disturbava chi tirava bene e interveniva di sua iniziativa solo quando un arciere non riusciva a gestire la propria reazione. La seconda riguarda il contenuto, perché quando si interviene gli arcieri coreani chiedono un'informazione breve e concreta detta con calma, per esempio come tirano quando tirano al meglio, e non una lista di errori o un incoraggiamento ripetuto che non dice niente. La terza riguarda il corpo: l'arciere guarda, e un allenatore che fissa i punteggi in silenzio comunica qualcosa anche senza volerlo. Il resto lo fa l'arciere con la sua routine pre-tiro, che è la parte del lavoro su cui ha il controllo anche quando l'allenatore è lontano.