«Spalla bassa» è una delle prime correzioni che un arciere si sente ripetere, e di solito arriva insieme a un'altra sullo stesso punto: il gomito dell'arco va ruotato, in modo che non punti verso terra e che la corda non colpisca l'avambraccio. La terza, più generale, vuole le spalle sulla linea della freccia a pieno allungo, senza che quella dell'arco salga. Chi tira da qualche anno conosce anche il problema che sta dietro a tutte e tre: una spalla dell'arco che sale da sola, a volte già in trazione, più spesso verso la fine della mira o dopo molte frecce.
Su questa parte del corpo le misure sono meno di quanto ci si aspetterebbe: le radiografie degli esperti hanno mezzo secolo, il confronto fra spalle allineate e inclinate riguarda due arcieri, e sul lavoro dei due lati del corpo gli studi non concordano. Le affermazioni che ne vengono sono per lo più riportate nel registro, cioè sostenute da prove poche e piccole, oppure contestate, e nessuna lega l'altezza o la rotazione della spalla dell'arco al punteggio della singola freccia.
Che cosa regge la spalla dell'arco
A pieno allungo l'arco spinge contro la mano con tutta la forza della trazione, e quella spinta arriva alla spalla attraverso il braccio disteso. Per restare dove sta, il braccio deve tenere l'abduzione, cioè l'angolo che lo tiene alzato di lato, contro un carico che non cala finché la freccia è sulla corda. Su questo meccanismo ha ragionato un gruppo di ortopedici giapponesi che nel 1976 ha confrontato, con fotografie, elettromiografia e radiografie, quattro arcieri universitari con più di tre anni di pratica e sei ragazzi che non avevano mai preso in mano un arco.
Nei principianti la fotografia era quella che ogni istruttore riconosce: il braccio dell'arco non arrivava all'abduzione necessaria, la spalla sinistra veniva spinta in alto, busto e collo si inclinavano all'indietro e, con l'arco tenuto lontano dal corpo, il collo si piegava in avanti per mirare lungo la freccia come si fa con un fucile. Gli autori legano questi difetti con un ragionamento meccanico. Con la spalla ruotata in fuori il deltoide, il muscolo più forte per tenere il braccio alzato, non lavora in modo efficace, e il braccio si regge quasi solo sulla parte anteriore del deltoide e sul bicipite; per questo cede alla pressione dell'arco, l'abduzione diminuisce e la scapola viene spinta verso l'alto. Il braccio che scende abbassa a sua volta la punta della freccia, e per riportarla sul bersaglio il principiante si inclina all'indietro.
È una catena plausibile, ma resta un ragionamento: non ci sono numeri e la sequenza non è misurata. Il registro, quindi, scrive soltanto che nel principiante i difetti di postura arrivano insieme, un'affermazione riportata; che si propaghino da un punto del corpo agli altri, a partire dalla rotazione della spalla, nessuno l'ha messo alla prova.
La rotazione della spalla e dell'avambraccio
Le radiografie dello stesso lavoro guardano il braccio dell'arco di lato, a piena trazione. Negli esperti il radio e l'ulna, le due ossa dell'avambraccio, restavano paralleli: l'avambraccio era supinato, girato cioè verso l'alto, e la spalla stava in rotazione neutra, né ruotata in fuori né in dentro. Nei principianti le due ossa si incrociavano all'altezza del gomito, con l'avambraccio pronato, la spalla ruotata in fuori e la piega del gomito rivolta verso l'alto. Gli autori descrivono anche l'ordine dei movimenti: l'esperto distende il gomito partendo da una spalla già in rotazione neutra, il principiante lo distende con la spalla ruotata in fuori. Aggiungono che farlo di proposito è più difficile di quanto sembri, e spesso è il primo ostacolo di chi comincia, ma che una volta capito il movimento anche un principiante ci riesce con facilità.
Per spiegare perché conti, lo studio torna alla forza: con la spalla in rotazione neutra il deltoide partecipa per intero a tenere il braccio alzato, e con l'avambraccio supinato anche il bicipite contribuisce all'abduzione. Su alcuni soggetti, senza dire quanti, gli autori hanno misurato la forza di abduzione della spalla nelle due posizioni, e l'hanno trovata circa un quinto più alta in rotazione neutra che in rotazione esterna, senza nessuna statistica.
Da allora le misure sulla rotazione della spalla dell'arco sono rimaste poche. Nel 2025 diciotto arcieri bulgari di alto livello hanno tirato sei frecce a 18 metri con sensori inerziali sulle spalle: la rotazione esterna della spalla sinistra era il parametro più variabile di tutti, con deviazioni standard fino a 53 gradi, e secondo l'autore chi la lasciava ruotare in fuori al rilascio mandava le frecce più lontano dal centro, ma nessun test statistico lo sostiene. L'affermazione che la spalla dell'arco rende di più in rotazione neutra con l'avambraccio supinato resta quindi riportata: ha una logica meccanica e le radiografie di uno studio del 1976, non un risultato misurato bene su arcieri di oggi.
La linea delle spalle e i due lati della schiena
La regola delle spalle sulla linea della freccia ha una misura sola. Nel 1994 un gruppo italiano ha studiato dodici arcieri della federazione con analisi del movimento, elettromiografia e pedana di forza, e fra loro due arcieri di alto livello con un punteggio FITA quasi uguale, 1.350 e 1.330, tiravano in due modi diversi. Due decimi di secondo prima dello scatto del clicker il primo aveva la linea delle spalle quasi perfettamente allineata, i muscoli della schiena dei due lati allo stesso livello e il bicipite poco attivo. Il secondo aveva la linea delle spalle inclinata rispetto al braccio dell'arco e la colonna obliqua, con il lato sinistro della schiena più attivo del destro e il bicipite molto attivo.
Gli autori aggiungono una lettura che riguarda da vicino la spalla che sale: l'asimmetria del secondo arciere potrebbe venire dal tentativo di tenere bassa la spalla sinistra nell'ultima parte della mira. È un'interpretazione loro, non una misura, ma fa pensare che una spalla tenuta giù con la forza abbia un costo. Nello stesso gruppo, dopo un protocollo di fatica fatto di sessanta tenute di venti secondi a pieno allungo, cinque arcieri su dodici, tre intermedi e due di alto livello, alzavano l'attività dei muscoli della parte alta della schiena del lato sinistro, e in loro gli autori vedevano un legame con l'allineamento della linea delle spalle rispetto al braccio dell'arco, descritto e non quantificato.
L'affermazione che con la linea delle spalle allineata i due lati del dorso lavorano allo stesso livello, con le spalle inclinate no è riportata: sono due casi messi a confronto, e lo stesso studio scrive che ogni arciere ha una configurazione muscolare sua.
Quando si chiede agli arcieri a che cosa pensano, l'equilibrio fra i due lati torna in primo piano. In un questionario a domande aperte, 65 arcieri coreani agonisti hanno descritto che cosa li aveva portati ai loro tiri nell'X: per la trazione e l'ancoraggio il buon equilibrio sui due lati raccoglie 50 citazioni, contro 14 per la posizione corretta del braccio e 8 per l'assenza di tremore. Sono citazioni e non persone, e dicono che cosa ricordano arcieri di una sola scuola, non che pensare all'equilibrio faccia tirare meglio; per questo l'affermazione che nella trazione gli arcieri agonisti dicono di pensare all'equilibrio fra i due lati più che al braccio fermo è riportata.
Quanto lavora il lato dell'arco
Si sente dire spesso che il braccio dell'arco deve solo reggere, mentre il lavoro lo fa il lato della corda, ma l'elettromiografia dei due lati racconta una cosa più complicata. Lo studio più completo, su cinque maestri dello sport russi del ricurvo, con 18 muscoli per lato e 180 tiri a 18 metri, calcola per ogni muscolo un coefficiente di asimmetria, negativo quando prevale il lato dell'arco e positivo quando prevale quello della corda. Sul tiro intero il lato della corda prevale nell'avambraccio, nel bicipite, nell'erettore spinale e perfino nel tensore della fascia lata, all'anca; il lato dell'arco prevale invece nel dentato anteriore, nel grande pettorale, nel gran dorsale e nel trapezio superiore.
Il dettaglio per fasi è quello che riguarda la spalla dell'arco. In trazione prevalgono dal lato dell'arco i muscoli che sollevano l'arco e lo portano sul bersaglio, cioè le parti superiore e inferiore del trapezio, il deltoide medio e il dentato anteriore, con coefficienti fra -0,18 e -0,23. Poi il deltoide medio diventa simmetrico e nel follow-through prevale dal lato della corda, mentre il dentato anteriore, che tiene la scapola aderente al torace, va nel senso opposto: la sua prevalenza dal lato dell'arco sale a -0,66 nell'ultima parte della trazione e a -0,83 al rilascio, e scende a -0,36 nel follow-through.
Non tutti gli studi vanno nella stessa direzione. In nove arcieri ricreativi, con un ricurvo da 0,45 chili di libbraggio tirato a poco più di sei metri, i due lati lavoravano a livelli complessivi simili, con muscoli diversi, e il braccio dell'arco usava di più il deltoide laterale e il tricipite. Per questo l'affermazione che nel tiro il lato che traziona lavora più del lato dell'arco è contestata. Su un punto, però, le misure concordano: il braccio dell'arco non è passivo. Già nel 1993, in dieci arcieri di club giapponesi, il deltoide del lato dell'arco era il più attivo in mira fra i sei muscoli registrati, e in otto arcieri francesi d'élite, nei tre per cui il valore è riportato, il deltoide medio del braccio dell'arco lavorava in mira fra il 46,5 e il 65,5 per cento della contrazione massima, un dato che il registro tiene nella scheda sui muscoli della spalla che lavorano di più in mira.
Il lavoro, poi, continua dopo il rilascio: nei tracciati del 1976 i muscoli della spalla dell'arco degli esperti restavano attivi nel follow-through, mentre nei principianti si interrompevano al rilascio e l'arco oscillava verso il basso o di lato. Che questo vada con frecce migliori è un'altra domanda, su cui gli studi sulla singola freccia vanno in direzioni diverse: l'affermazione che tenere attivi i muscoli della spalla nel follow-through si associa a frecce migliori è contestata.
Perché la spalla sale
Messe insieme, queste misure non danno una causa misurata, ma indicano dove guardare: alla rotazione, se si segue il ragionamento del 1976; a una spalla tenuta giù con la forza, se si segue la lettura del confronto italiano; alla fatica, che dopo le tenute a pieno allungo cambiava l'attività dei muscoli alti della schiena del lato sinistro in cinque arcieri su dodici.
Resta il libbraggio, il primo sospettato quando la spalla sale, su cui i dati vengono da un solo gruppo: tredici studenti universitari hanno tirato con archi da 20, 25 e 32 libbre, nella stessa seduta e sempre dal più leggero al più duro. Nelle donne, passando da 25 a 32 libbre, il tronco si inarcava all'indietro più del doppio, da circa -8 a -17 gradi, mentre negli uomini nessun confronto era significativo, e la flesso-estensione e la rotazione della spalla dell'arco non mostravano differenze né fra i libbraggi né fra i sessi. Con sei o sette persone per gruppo un risultato nullo non esclude un effetto, e l'affermazione che con un arco più duro cambiano gli angoli di tronco, spalla e gomito è contestata. Quanto la spalla dell'arco si alzi, in gradi o in centimetri, nessuno di questi studi l'ha misurato.
Sentire dove sta la spalla
Molti arcieri correggono la spalla a sensazione, e su quanto sia affidabile la sensazione qualche misura c'è. Trenta arciere di club di Teheran, distese e a occhi chiusi, dovevano ritrovare una rotazione esterna della spalla della corda: a 60 gradi si fermavano in media quasi sei gradi prima, con scarti individuali da 18 gradi in meno a 5,6 in più, e a 30 gradi la media era vicina a zero, ma con scarti in entrambe le direzioni. In diciassette ragazzi destrimani alla fine di un corso base, gli angoli della spalla destra, quella della corda, riprodotti a occhi chiusi a 60 e a 90 gradi tendevano a restare sotto quello richiesto. Sono misure piccole, in riviste regionali, prese fuori dalla postura di tiro, e il registro le riassume così: a occhi chiusi gli arcieri ritrovano un angolo della spalla con scarti di qualche grado, un'affermazione riportata.
Sulla spalla dell'arco le misure sono ancora meno. L'unico confronto con chi non tira, su ventidue ricurvisti fra i 15 e i 19 anni, dà gli arcieri un po' più precisi, ma non dice se i suoi numeri siano errori o angoli ritrovati e sta in una rivista con criteri editoriali dubbi; per questo l'idea che gli arcieri abbiano un senso di posizione della spalla dell'arco più preciso di chi non tira resta nel registro una domanda non studiata. In trenta arcieri compound professionisti, seguiti per dodici settimane di esercizi di equilibrio, l'errore nel ritrovare la spalla dell'arco alzata a 125 gradi stava fra tre e quattro gradi e mezzo, e chi lo riduceva di più in flessione migliorava di più il punteggio, ma in una sola delle sei misure; nei diciassette ragazzi del corso base un legame con le frecce non c'era. L'affermazione che un senso più fine della posizione della spalla si accompagna a punteggi migliori è quindi contestata.
Dove si fermano le misure
Quasi tutto quello che si insegna sulla spalla dell'arco poggia su campioni da due a diciotto arcieri. Nessuno studio ha messo l'altezza o la rotazione della spalla dell'arco a pieno allungo accanto al punteggio di ogni freccia con un test statistico, e nessuno ha provato a correggerla in un gruppo di arcieri per vedere se le frecce si raggruppano meglio.
Anche il lato della salute va tenuto separato. Gli studi sugli arcieri mettono la spalla al primo posto fra le sedi degli infortuni da sovraccarico, un'affermazione riportata, ma la indicano spesso dalla parte della corda e nella fase di trazione, e nessuno di loro lega una spalla dell'arco alta o ruotata a un infortunio. I dati sul dolore stanno nella pagina sugli infortuni nel tiro con l'arco e nella scheda sulla spalla come sede più frequente degli infortuni da sovraccarico.
Cosa ne ricavo per il campo
Da queste misure non esce una posizione della spalla da copiare, e nessuna viene da un esperimento che abbia cambiato la spalla di un arciere e misurato il punteggio dopo. Lo tengo presente nelle tre indicazioni che ne ricavo.
La prima riguarda la rotazione, ed è quella con la logica più solida, anche se le prove sono vecchie. Nelle radiografie degli esperti la spalla era già in rotazione neutra quando il gomito si distendeva, e l'avambraccio restava supinato; nei principianti il gomito si distendeva con la spalla ruotata in fuori. Per questo, quando la spalla sale, guarderei prima l'ordine in cui il braccio dell'arco si sistema durante il set-up, e solo dopo l'altezza della spalla a pieno allungo: secondo il ragionamento di quello studio, se la rotazione arriva tardi la spalla deve reggere l'arco nella posizione in cui il deltoide lavora peggio.
La seconda riguarda il modo di correggere. Spingere giù la spalla con la forza nell'ultima parte della mira è quello che, secondo l'interpretazione degli autori del confronto italiano, potrebbe aver sbilanciato la schiena del secondo arciere, per cui cercherei una posizione in cui la spalla resta bassa senza doverla tenere. Conta anche quando sale: se compare solo nelle ultime volée della sessione, la fatica va considerata prima di cambiare la tecnica, visto che dopo le tenute a pieno allungo cambiava proprio l'attività dei muscoli alti della schiena del lato sinistro; se compare dopo un aumento di libbraggio, i pochi dati che ci sono non permettono di escludere che c'entri l'arco.
La terza riguarda il controllo. Un errore di qualche grado nel ritrovare un angolo della spalla vuol dire che la sensazione di avere la spalla bassa non basta a sapere dove sia. Una foto o un video da davanti, a pieno allungo e sempre dalla stessa angolazione, mostrano la linea delle spalle meglio della sensazione, e confrontare la prima e l'ultima volée dice se la spalla sale con la fatica. Ne parlo nella pagina sulla video analisi e il self-coaching, e fa parte della ripetibilità del gesto. Quanto valga in punti una spalla più bassa di qualche grado nessuno l'ha misurato, per cui l'obiettivo che mi do è che la spalla resti uguale da una freccia all'altra, più che a un'altezza precisa.