Me lo chiedono i genitori a bordo campo, quasi sempre con le stesse parole: se porto mio figlio a tirare, gli serve anche a scuola, lo aiuta a stare attento? È una domanda legittima, perché il tiro con l'arco viene presentato proprio così, nelle scuole e nei volantini dei corsi, come lo sport che insegna a stare fermi e a concentrarsi. Gli studi che hanno provato a misurarlo ci sono, più di quanto si pensi, e il registro ne tiene una cinquantina di risultati. Il quadro che ne esce, però, non è quello del volantino: i guadagni grandi arrivano dagli studi con il disegno più debole, e i due che hanno sorteggiato i partecipanti non trovano niente.

In questo articolo li metto in fila per come sono fatti, non per anno; la sequenza cronologica, insieme agli altri lavori che hanno usato il tiro con l'arco come intervento, sta più in basso nella sezione «Come si è arrivati a saperlo».

Che cosa misurano i test di attenzione

Quasi tutti gli studi usano prove carta e matita o al computer, brevi e ripetibili. Nel test di Bourdon il ragazzo scorre righe di lettere stampate e cancella quelle indicate, per un tempo fissato; il test d2 è simile, con lettere e trattini; nello Stroop si nomina il colore dell'inchiostro di parole che a volte dicono un altro colore, e si misura quanto rallenta chi deve ignorare la parola. Alcuni studi aggiungono i tempi di reazione, cioè quanto ci vuole a premere un tasto quando compare uno stimolo.

Queste prove hanno una caratteristica che pesa su tutto il resto: migliorano quando si rifanno. La seconda volta il ragazzo conosce il foglio e sa che cosa cercare, quindi va meglio anche se nel frattempo non ha fatto niente. Nei bambini c'è un secondo motivo, la crescita, perché il punteggio di questi test sale con l'età, e nello studio che vediamo fra poco la differenza dovuta a qualche anno in più supera quella attribuita al corso. Per separare l'effetto del tiro da questi due fattori serve un gruppo di confronto che rifaccia lo stesso test negli stessi tempi senza tirare, e la differenza fra gli studi che ce l'hanno e quelli che non ce l'hanno è il filo di tutto l'articolo.

I corsi misurati prima e dopo

Uno studio turco ha seguito quaranta ragazzi fra i nove e i tredici anni in un corso di tiro ricreativo, tre ore a settimana per quattro settimane, dodici ore in tutto. Al test di Bourdon il punteggio medio è passato da 62,7 a 87,4, quasi venticinque punti in più. Un gruppo che non tirava non c'era.

Il limite si vede dentro lo stesso studio, quando gli autori dividono i ragazzi per età. Prima del corso i più piccoli stavano a 55,1 e i più grandi a 82,7: ventotto punti di differenza legati all'età, più del guadagno medio attribuito al corso. Dopo un mese i più piccoli arrivavano a 82,6, cioè al punto da cui partivano i più grandi, e i più grandi salivano meno, di 17,4 punti. È il comportamento tipico di un test rifatto, in cui chi parte più in basso guadagna di più.

FIG · 01 Un mese di corso e qualche anno d'età Punteggio medio al test di attenzione prima e dopo il corso · 40 ragazzi, 12 ore in 4 settimane prima del corso dopo il corso 0 20 40 60 80 100 120 partenza dei più grandi 55,1 55,1 82,6 82,6 82,7 82,7 100,1 100,1 9-11 anni 12-14 anni +27,4 +17,4
Fig. 01 Le barre grigie sono il punteggio medio prima del corso, quelle oro dopo. La linea tratteggiata segna il punto di partenza dei più grandi, che i più piccoli raggiungono dopo dodici ore di lezione. Le fasce d'età sono quelle della tabella dello studio, che arriva a 14 anni anche se il campione è descritto fra i 9 e i 13; lo studio non dice quanti ragazzi ci siano in ciascuna. Dati ridisegnati dalle tabelle dello studio.

Un secondo prima e dopo, pubblicato nel 2026, ha seguito quindici bambini fra i nove e i dodici anni di una scuola elementare di Giacarta per sei lezioni da un'ora. In un minuto, su una griglia da cento numeri, prima del corso ne trovavano in media 2,3 e dopo 9,5. Il punto di partenza era bassissimo, con un massimo di cinque numeri, e su un livello così qualunque familiarità con il compito produce un salto; dopo le sei lezioni, inoltre, le differenze fra bambini si allargavano invece di ridursi. La media, in questi casi, nasconde chi non si è mosso.

Gli studi con un gruppo di confronto

Il dato più forte a favore viene da un corso base per adulti. Ventisei studenti universitari di scienze motorie, tutti principianti, hanno fatto quarantotto ore di tiro in otto settimane, e venti studenti che non tiravano hanno rifatto il test negli stessi tempi. Al test d2 il punteggio di chi ha tirato è salito del 41%, da 329,1 a 463,7, mentre quello dei controlli è rimasto quasi fermo, da 346,0 a 361,1; la concentrazione è cresciuta del 289% e la quota di errori è scesa dal 28 al 9%. Qui il gruppo di confronto c'è, e non migliora rifacendo il test.

Proprio la grandezza dei numeri, però, invita alla prudenza. Prima del corso la concentrazione stava a 37 in entrambi i gruppi, quando in un adulto il test la colloca di solito fra 150 e 180, e la quota di errori iniziale era del 28%: valori che fanno pensare a un problema nel modo in cui il test è stato somministrato più che a ventisei ragazzi poco attenti. A somministrarlo, inoltre, era lo stesso ricercatore che teneva il corso da allenatore, e lo studio non descrive un sorteggio dei gruppi.

Nei bambini il confronto migliore riguarda una sola seduta. A Shanghai settantadue bambini fra i nove e gli undici anni sono stati divisi in due gruppi da trentasei, senza sorteggio: uno ha fatto quarantacinque minuti di tiro con l'arco tradizionale cinese, l'altro dieci minuti di camminata e poi i compiti in classe. Subito dopo, chi aveva tirato è andato meglio nelle prove in cui bisogna ignorare uno stimolo che distrae e passare da una regola all'altra, con effetti da piccoli a moderati e mai grandi. Nella precisione il vantaggio compariva solo nelle versioni difficili delle prove, e una buona parte del guadagno nei tempi di reazione c'era anche nei bambini rimasti in classe. Dice qualcosa sui quarantacinque minuti dopo una seduta, non su quello che resta dopo mesi di pratica.

Gli studi che hanno sorteggiato i gruppi

Fra gli studi sull'attenzione del registro, gli unici due in cui i partecipanti sono stati assegnati ai gruppi a sorte non trovano effetti. Nel primo, ventidue arcieri principianti fra i diciotto e i vent'anni hanno seguito per due mesi due programmi di allenamento al tiro, uno dei quali con esercizi di equilibrio: alla fine le tabelle di attenzione erano rimaste dov'erano in entrambi i gruppi. Nel secondo, venti adulti principianti sono stati divisi fra sei settimane di tiro a tre metri, da venticinque a trentacinque frecce per seduta, e nessuna attività. I tempi di reazione nelle prove di attenzione sono scesi in tutti e due i gruppi, nei controlli da 910 a 811 millisecondi nella versione più semplice dello Stroop, e la differenza fra chi aveva tirato e chi no non c'era.

Quest'ultimo studio è piccolo, dieci persone per gruppo, ma mostra in modo pulito quello che gli studi senza confronto non possono vedere: dopo sei settimane lo stesso test migliora anche in chi è rimasto fermo, e quel miglioramento, in un prima e dopo senza controllo, finirebbe tutto sul conto dell'arco.

FIG · 02 Il risultato segue il disegno dello studio Studi sull'attenzione in chi tira con l'arco, raggruppati per come sono costruiti a favore dell'affermazione nessun vantaggio, o contro Prima e dopo, senza gruppo di confronto 40 ragazzi di 9-13 anni · 12 ore in 4 settimane +25 punti al test 15 bambini di 9-12 anni · 6 lezioni da 2,3 a 9,5 numeri trovati Con un gruppo di confronto 26 adulti principianti contro 20 · 48 ore +41% al test, controlli fermi 72 bambini di 9-11 anni · una sessione effetto da piccolo a moderato Assegnati a sorte 20 adulti principianti · 6 settimane migliorano anche i controlli 22 principianti · 2 mesi in due programmi nessun cambiamento Fotografia in un momento solo 100 bambini, tesserati contro nuovi arrivati 101,7 contro 83,8 14 adolescenti, 6 arcieri e 8 no vantaggio in 1 prova su 2 80 bambini in quattro gruppi per sport nessuna differenza 38 arcieri contro 38 sedentari e 38 cestisti un po' peggio 65 giovani arcieri, da 1 a 8 anni di pratica gli anni non contano
Fig. 02 Ogni riga è uno studio del registro, descritto con il numero dei partecipanti e la durata della pratica; il punto pieno indica un risultato a favore, il cerchio vuoto nessun vantaggio o un risultato contro. I due studi sorteggiati non trovano effetti, e in quello sui ventidue principianti tutti e due i gruppi tiravano, con o senza esercizi di equilibrio. Restano fuori gli studi fatti solo di interviste, che raccolgono quello che i ragazzi dicono di sé senza misurare l'attenzione, e i dati letti di seconda mano in una revisione o mescolati con altri sport di precisione.

Chi tira e chi non tira

L'altra strada è confrontare, in un momento solo, chi tira già con chi non tira, e anche qui i risultati vanno in direzioni opposte. In cento bambini turchi fra i dieci e i quattordici anni i cinquanta tesserati al tiro con l'arco andavano meglio al test di Bourdon dei cinquanta appena arrivati, 101,7 contro 83,8, e la distanza si allargava nella parte finale della prova, dove i nuovi arrivati calavano. Lo studio non dice da quanto tirassero i tesserati, e un confronto di questo tipo non separa l'effetto del tiro da chi sceglie di restare in una società sportiva.

Ottanta bambini turchi di età simile, divisi fra chi tirava solo con l'arco, chi tirava e faceva un altro sport, chi faceva solo un altro sport e chi non ne faceva nessuno, nell'attenzione non si distinguevano invece affatto: al test di Bourdon i quattro gruppi stavano a 89,7, 93,9, 90,6 e 89,9. Fra gli adulti, trentotto arcieri cinesi di livello provinciale o nazionale, con circa nove anni di pratica, sono andati un po' peggio dei sedentari nella prova di interferenza dello Stroop, 42,8 contro 48,1, perché erano più lenti anche nel semplice nominare i colori e non perché commettessero più errori. In sessantacinque giovani arcieri russi gli anni di pratica non distinguevano nessuna delle prove di attenzione, e uno studio su sei adolescenti californiani che tiravano e otto che non avevano mai tirato trovava un vantaggio in una prova su due.

Per tutto questo il registro tiene l'affermazione che praticare il tiro con l'arco migliori attenzione e concentrazione come contestata: ci sono studi su arcieri a favore e studi su arcieri contro, e la linea che li separa è quasi sempre il disegno dello studio. Nessuno di questi lavori, poi, mostra che un guadagno al test di attenzione porti punti sul bersaglio: nello studio sui ventidue principianti, che contava anche i colpi a segno, il punteggio di tiro saliva in entrambi i gruppi mentre le tabelle di attenzione restavano ferme.

La scuola: voti e benessere

Sui voti c'è un solo studio, lo stesso degli ottanta bambini turchi, e mostra un'associazione che regge solo in parte. I ventotto bambini che facevano solo tiro con l'arco avevano la media scolastica più alta, 93,2 su 100, contro 84,6 di chi faceva altri sport e 83,9 di chi non ne faceva; i dodici che univano il tiro a un altro sport stavano a 89,8, e da loro la differenza non era significativa. I gruppi, poi, non erano coetanei: i bambini arcieri avevano in media 11,2 anni, quelli che non facevano sport 9,6, e l'analisi non teneva conto dell'età. L'affermazione che i bambini che tirano vadano meglio a scuola è riportata, con un limite che nessun calcolo può togliere: con una fotografia in un momento solo non si sa se sia il tiro ad alzare i voti o se le famiglie che portano i figli al tiro siano già diverse dalle altre.

Sul benessere a scuola gli studi sono tre, tutti senza un gruppo di confronto, e vanno nella stessa direzione. In un liceo turco trentadue principianti, dopo dodici settimane con una lezione di tiro a settimana, dichiaravano più motivazione su tutte le scale, la salute da 3,59 a 4,60 su cinque e la socialità da 3,61 a 4,53; l'indagine è uscita su una rivista con criteri editoriali dubbi, e il registro la tiene come contesto. In una scuola media indonesiana, durante la didattica a distanza, dopo sei mesi di tiro ricreativo gli studenti con un burnout scolastico alto o molto alto erano scesi da dodici su sessantaquattro a tre, mentre un terzo della classe restava esattamente nella fascia intermedia. In due scuole elementari, infine, un lavoro basato sui video delle lezioni descrive bambini che volevano continuare a tirare quando la lezione era fatta di giochi brevi, da trenta secondi a un minuto ripetuti più volte. L'affermazione che un corso di tiro a scuola migliori motivazione e benessere è riportata: senza un gruppo che faccia un'altra attività nuova, seguita con la stessa cura, l'effetto del tiro non si separa da quello di un corso che piace.

Riflessi più pronti

Un'altra idea che circola fra i genitori è che il tiro renda più rapidi. Cinque studi, tutti piccoli, hanno misurato il tempo di reazione di chi tira, e nessuno trova un vantaggio: diciotto universitari giapponesi di arco e kyudo reagivano in 318 millisecondi e diciotto praticanti di kendo in 321, e sedici giovani arcieri olimpici turchi non si distinguevano da diciannove giocatori di bocce. Fra gli ottanta bambini turchi chi faceva solo tiro con l'arco reagiva agli stimoli visivi in 450 millisecondi, come chi faceva un altro sport, 464, mentre i più rapidi erano i dodici che facevano due sport, con 381. L'affermazione che il tiro con l'arco non si accompagni a tempi di reazione più rapidi è riportata, e va letta nel suo senso stretto: un vantaggio grande non si vede, ma campioni così piccoli non escludono una differenza piccola.

Quanti restano al corso

C'è un dato che riguarda i genitori più di tutti gli altri, perché qualunque effetto si possa avere richiede che il ragazzo continui a venire. Il registro ha un solo conteggio, ricavato da uno studio nato per altro: un corso extrascolastico di quindici sedute da quarantacinque minuti per ragazzi di scuola media, in Turchia, nella primavera del 2024. I ricercatori puntavano a sessanta iscritti; il primo giorno se ne sono presentati cinquanta, a proseguire sono stati trenta, e venticinque sono arrivati in fondo con il test di tiro completo. Gli autori spiegano con l'orario dopo la scuola, che ha portato molti ragazzi verso altri corsi, perché non si sia arrivati a sessanta; perché venti dei cinquanta presenti il primo giorno non abbiano proseguito, e dopo quale seduta, non lo dicono. L'affermazione che circa quattro ragazzi su dieci lascino un corso giovanile prima della fine è riportata: dice che può succedere, non quanto sia frequente né perché.

Su che cosa tenga i ragazzi al campo c'è uno studio coreano su 220 arcieri di scuola media e superiore, ai campionati nazionali del 2007. Nel modello degli autori l'intenzione di continuare dipendeva soprattutto dalla fiducia nell'allenatore, e il rapporto con l'allenatore e la soddisfazione per l'allenamento contavano solo passando da quella fiducia. Anche questa affermazione è riportata: è un questionario compilato in un momento solo, misura la voglia dichiarata di continuare e non chi poi smette, e riguarda ragazzi che erano già arrivati a una gara nazionale.

Dove si ferma la ricerca

Mancano tre cose, e sono le stesse che servirebbero per rispondere al genitore. Manca uno studio che sorteggi bambini fra il tiro e un'altra attività altrettanto nuova e impegnativa, per le stesse ore e con la stessa attenzione degli istruttori, e che usi un test di attenzione meno sensibile alla semplice ripetizione. Manca una misura presa qualche mese dopo la fine del corso, perché tutti gli studi si fermano all'ultima lezione o, nel caso di Shanghai, a pochi minuti dopo la seduta. E manca un legame con la vita di tutti i giorni: nessuno ha misurato i voti prima e dopo l'avvio al tiro, e nessuno ha mostrato che un'attenzione migliore al test si traduca in punti sul bersaglio.

Questo articolo, poi, parla di bambini e ragazzi in generale. Gli studi su gruppi con una diagnosi, per esempio un disturbo dell'attenzione, restano fuori dalle affermazioni del registro, e se la domanda riguarda un bambino seguito per una diagnosi la persona giusta a cui farla è chi lo segue.

Che cosa ne ricavo per il campo

Da istruttore, non direi a un genitore di portare il figlio al tiro per migliorarne l'attenzione a scuola, perché gli studi che potrebbero sostenerlo sono proprio quelli costruiti in modo da non poterlo stabilire. Quello che il tiro chiede, invece, si vede a ogni volée: aspettare il proprio turno sulla linea, rispettare il fischio, ripetere lo stesso gesto per qualche minuto e accettare che il risultato arrivi lentamente. Sono richieste reali, e per un bambino che si diverte possono bastare a giustificare il corso; se e quanto lascino qualcosa fuori dal campo, oggi nessuno studio lo sa dire.

Per chi organizza un corso, i dati suggeriscono di guardare a due cose. La prima è la tenuta: in un corso dopo la scuola due ragazzi su cinque possono perdersi per strada, e nelle scuole elementari i bambini volevano continuare a tirare quando la lezione era fatta di giochi brevi, mentre l'esercizio tradizionale li annoiava presto. La seconda riguarda le promesse: se una società o una scuola presenta un prima e dopo sull'attenzione, la domanda da fare è se un gruppo di bambini che non tirava abbia rifatto lo stesso test, perché senza quel gruppo un mese di crescita e un test rifatto bastano a produrre il guadagno. Per l'attenzione dentro il tiro, cioè su che cosa guarda l'arciere mentre mira, c'è un articolo a parte; per l'età a cui si può cominciare e i carichi adatti ai ragazzi, quest'altro.