Chi arriva al tiro con l'arco da un altro sport se lo sente dire presto: qui conta la testa. Insieme alla frase, di solito, arriva il ritratto dell'arciere tipo, calmo, paziente, un po' chiuso, capace di restare da solo con le sue frecce per ore, come se per tirare bene servisse un carattere particolare e chi non ce l'ha partisse in svantaggio. Sotto c'è una domanda semplice, cioè se gli arcieri abbiano una testa diversa da quella degli altri atleti, e la ricerca ha provato a rispondere con questionari di personalità, questionari di abilità mentali e test di laboratorio.

La risposta è meno netta del ritratto. Quando gli arcieri sono stati messi accanto ad atleti di altri sport, sulle stesse scale, qualche differenza è comparsa, ma su poche scale e con gruppi che restano in gran parte sovrapposti. Dentro il tiro, le differenze fra uomini e donne cambiano da uno studio all'altro, mentre quelle legate agli anni di gara poggiano su un solo studio. Gli strumenti con cui si misura la testa degli arcieri, poi, hanno limiti che conviene conoscere prima di leggere qualunque punteggio.

Che cosa si misura quando si parla di profilo mentale

Sotto l'etichetta «profilo mentale» gli studi mettono cose diverse, e conviene separarle. Ci sono i tratti di personalità, come il nevroticismo, cioè la tendenza a preoccuparsi, l'estroversione o la ricerca di sensazioni forti, che si suppongono stabili nel tempo. Ci sono le abilità mentali, come la concentrazione, la fiducia o il rendere al meglio sotto pressione, che si suppongono allenabili e che si misurano con questionari brevi come l'ACSI-28, sette scale da quattro domande ciascuna. C'è la robustezza mentale, che alcuni questionari riducono a un punteggio unico. E ci sono i test di laboratorio, in cui l'attenzione o la tolleranza allo stress si misurano con compiti al computer invece che con domande.

Tutti questi strumenti, tranne gli ultimi, sono autovalutazioni: dicono come l'arciere si descrive in quel momento, non come si comporta sulla linea di tiro.

Arcieri e atleti di altri sport

I confronti che si possono leggere in numeri sono tre. Il primo viene dal Regno Unito e mette 45 arcieri accanto a 144 piloti di drag racing, due sport lontanissimi per velocità e rischio, per cui un temperamento da arciere, se esistesse, dovrebbe vedersi proprio qui. Una differenza c'è, ed è quella che ci si aspetterebbe: gli arcieri cercano meno sensazioni forti. Lo sport, però, spiega circa il 2 per cento delle differenze fra persone su quella scala, e nevroticismo, estroversione, ricerca di esperienze nuove e propensione alla noia non separano i due gruppi.

Il secondo confronto, ancora britannico, è più ampio: 69 arcieri e 86 golfisti agonisti, dal livello di contea in su, misurati con venti scale di personalità, ansia e perfezionismo. Golf e arco sono entrambi sport di precisione, con tempo per pensare fra un colpo e l'altro. Nell'insieme i due gruppi si distinguono, ma solo su nove scale su venti, e su ognuna lo sport spiega fra il 3 e il 9 per cento delle differenze. Gli arcieri riferiscono meno timore del giudizio, meno ansia sociale, meno bisogno di apparire perfetti e meno estroversione dei golfisti; sulle altre undici scale, nevroticismo compreso, i due sport non si distinguono.

FIG · 01 Lo sport spiega una piccola parte delle differenze Quota delle differenze fra persone legata allo sport, scala per scala Arcieri contro golfisti · 69 e 86 agonisti britannici Autoconsapevolezza pubblica 9% Timori cognitivi 8% Timori fisici 7% Non mostrare le imperfezioni 6% Non rivelare le imperfezioni 6% Timore del giudizio negativo 5% Ansia sociale 4% Estroversione 4% Autopromozione perfezionistica 3% Arcieri contro piloti di drag racing · 45 e 144 Ricerca di sensazioni 2% 0 25 50 75 100% In tutte le scale gli arcieri segnano meno dell'altro gruppo. La parte chiara della barra sono le differenze fra persone dello stesso sport.
Fig. 01 Ogni barra va da 0 al 100 per cento delle differenze fra persone su quella scala; la parte piena è la quota legata allo sport (eta quadro parziale). Ci sono solo le scale su cui i gruppi differiscono; timori fisici e cognitivi sono due scale della sensibilità all'ansia. Dati ridisegnati dalle tabelle dei due studi.

Il terzo viene dalla Turchia, da 118 sportivi di una provincia, 25 dei quali arcieri, confrontati con chi fa atletica, fitness e danza. Gli arcieri riferiscono la fiducia e l'impegno più alti dei quattro gruppi, ma il senso di controllo più basso. Gli autori hanno poi chiesto a un'analisi statistica di indovinare lo sport di ciascuno partendo soltanto dalle risposte ai questionari: per gli arcieri ci riesce in 16 casi su 25, e quando sbaglia li scambia soprattutto per danzatori, quasi mai per chi fa fitness.

FIG · 02 Il profilo riconosce l'arciere in 16 casi su 25 25 arcieri fra 118 sportivi turchi · sport indovinato dalle sole risposte ai questionari Ogni quadrato è un arciere, raggruppato secondo lo sport che l'analisi gli attribuisce 16 come arcieri 5 danza 3 atletica 1 fitness Sull'intero campione, quattro sport, lo sport è indovinato nel 55,9% dei casi. Le differenze fra gli sport sono significative, ma i gruppi restano in gran parte sovrapposti.
Fig. 02 L'analisi usa le scale di fiducia, impegno, controllo e solitudine per attribuire a ogni sportivo uno dei quattro sport. I quadrati pieni in colore sono gli arcieri riconosciuti come tali; gli altri sono gli arcieri che l'analisi ha attribuito a un altro sport. Dati ridisegnati dalla tabella di classificazione dello studio.

I tre studi dicono quindi la stessa cosa da paesi e sport diversi, e nel registro l'affermazione che il profilo mentale distingue gli arcieri dagli atleti di altri sport solo in parte è riportata. Non sale oltre perché sono tutti confronti fatti in un solo momento, ciascuno con un paese e pochi sport di confronto, e perché nessuno chiede la cosa che interessa di più a chi comincia, cioè se quelle piccole differenze nascano dal tiro o da chi lo sceglie.

Un quarto studio guarda ai ragazzi, con un test al computer invece che con un questionario. In India 180 ragazzi fra gli 11 e i 13 anni, trenta per ciascuno di sei sport individuali, hanno risposto per circa sei minuti a stimoli visivi e sonori rapidi: nelle risposte corrette, negli stimoli mancati e nei tempi di reazione i sei sport risultano uguali, e nelle risposte errate gli arcieri si distinguono solo dai nuotatori, in una direzione che lo studio non chiarisce. Per questo l'affermazione registrata è che in un test di tolleranza allo stress i giovani arcieri non fanno meglio dei coetanei di altri sport: è riportata, e viene da preadolescenti in laboratorio, non da una qualifica.

Uomini e donne, anni di gara

Se il profilo separa poco gli arcieri dagli altri sportivi, viene da chiedersi se separi meglio gli arcieri fra loro. Sul confronto fra uomini e donne c'è una decina di studi, e il risultato cambia dall'uno all'altro. Chi trova una differenza la trova ogni volta su una scala diversa: fra giovani arcieri russi i maschi completano più in fretta un test d'attenzione, fra agonisti italiani le donne riferiscono più preoccupazione e meno capacità di prendere distanza dai propri pensieri, fra giovani turchi i maschi usano di più l'immaginazione del gesto e le femmine sono più orientate al compito. Accanto a queste ci sono risultati nulli altrettanto chiari: settanta arcieri greci di livello nazionale non differiscono per sesso su nessuna delle sette abilità dell'ACSI-28, e duecento ragazzi ai campionati europei giovanili usano le tecniche di concentrazione, di respirazione e di rilassamento allo stesso modo.

Una differenza che non si ripete mai sulla stessa scala non disegna un profilo. In più di uno studio, inoltre, il sesso viaggia insieme al livello e agli anni di pratica, per cui una differenza fra arcieri e arciere può essere in realtà una differenza fra chi tira da più tempo e chi da meno. Nel registro l'affermazione che arcieri e arciere hanno un profilo mentale diverso è contestata, perché gli studi su arcieri vanno in direzioni opposte. Del divario di punteggio fra uomini e donne, che è un'altra domanda, si occupa l'articolo sulle donne nel tiro con l'arco.

Gli anni di gara sono l'altra divisione naturale. Lo stesso studio greco che non trovava differenze fra i sessi ne trova fra chi gareggia da poco e chi da molto: chi ha sei o più anni di gare dichiara più fiducia (4,7 contro 3,9, su una scala da 1 a 6), una concentrazione migliore (5,4 contro 4,7) e meno preoccupazioni (4,4 contro 3,7) di chi ne ha uno o due. Per fiducia e concentrazione il guadagno si vede già fra i tre e i cinque anni, e da lì in poi la differenza non è più significativa, mentre affrontare le avversità, prepararsi con obiettivi e ascoltare l'allenatore non cambiano con gli anni.

È un solo studio, ed è una fotografia scattata prima di un campionato nazionale, per cui non distingue chi è cresciuto da chi è rimasto in gara perché la reggeva già. Le scale hanno quattro domande ciascuna e una coerenza interna bassa, fra 0,60 e 0,76, e sulle preoccupazioni i numeri sono strani: guardando l'età sono i più giovani a dichiararne meno, con la stessa media e la stessa deviazione standard che lo studio dà al gruppo più esperto. L'affermazione che con gli anni di gare l'arciere dichiara più fiducia, più concentrazione e meno preoccupazioni è riportata, e riguarda quello che gli arcieri dichiarano, non quello che fanno in gara.

Quanto pesa la testa sul punteggio

Sul campo circola una percentuale, quella del tiro con l'arco che sarebbe per il 90 per cento mentale. Gli studi che hanno provato a misurare quella quota arrivano a cifre più basse e molto variabili. Il più ampio è americano, degli anni Ottanta, su arcieri di arco ricurvo di livelli diversi: in 79 arcieri con tutti i dati sette misure spiegano il 58 per cento delle differenze di punteggio, il 53 una volta corretto, e il blocco mentale, fatto di rimuginio sugli errori, fiducia e immaginazione visiva, ne vale il 26, quasi il doppio di forza e corporatura insieme.

FIG · 03 Quanta parte del punteggio va insieme alla testa Arcieri americani di arco ricurvo · quota corretta delle differenze di punteggio 79 arcieri con tutti i dati 53% in tutto Blocco mentale: rimuginio sugli errori, fiducia, immaginazione visiva 26% Forza relativa delle gambe ed endomorfia 14% Tempo di reazione 5% Percezione della profondità 8% Non spiegato dal modello 47% Stessa analisi su 124 arcieri, con qualche dato mancante 39% in tutto 0 25 50 75 100% Le misure erano state scelte perché correlate con il punteggio, e il blocco mentale entra per primo nel calcolo.
Fig. 03 In alto, la quota corretta delle differenze di punteggio che ogni blocco di misure aggiunge al modello, nell'ordine in cui entra; il blocco mentale entra per primo e prende anche la parte che condivide con gli altri. In basso, la stessa analisi allargata agli arcieri con al massimo tre dati mancanti: lo studio dà solo la quota complessiva. Dati ridisegnati dal testo dello studio.

Quel 26 per cento va letto con tre cautele. Le misure erano state scelte fra molte proprio perché correlate con il punteggio; il blocco mentale entra per primo nel calcolo, e in un'analisi di questo tipo chi entra per primo si prende anche la parte che condivide con gli altri; e allargando il campione a 124 arcieri, con qualche dato mancante, la quota corretta dell'intera analisi scende dal 53 al 39 per cento. Le stime più recenti stanno nello stesso ordine o sotto: in 61 atleti della nazionale cinese i fattori psicologici del modello spiegano circa un terzo della variabilità dei risultati, con la fiducia che pesa quasi il doppio dell'attenzione. Il valore più alto, l'85 per cento con tre misure su quindici arcieri indonesiani, è anche il meno credibile, perché con tante misure e così poche persone una quota del genere si gonfia facilmente.

L'affermazione che una buona parte delle differenze di punteggio fra arcieri si spiega con fattori mentali è quindi riportata, in senso statistico. Sono associazioni misurate in un solo momento, che dicono quanto le misure mentali vanno insieme al punteggio e non quanti punti si guadagnerebbero cambiandole.

Accanto a queste stime ci sono domande più piccole, ciascuna con un solo studio. Fra 251 arcieri turchi fra i 17 e i 20 anni chi usa di più l'immaginazione mentale è anche più orientato al compito, cioè a misurarsi sul proprio miglioramento, ma la correlazione più alta vale 0,336, circa l'11 per cento di differenze in comune: l'affermazione che gli arcieri che usano più l'immaginazione mentale sono anche più orientati al compito è riportata come una tendenza debole.

Altre tre domande hanno ciascuna un solo studio, e tutti e tre sono usciti in riviste con criteri editoriali dubbi: il registro li riporta, ma non li usa per decidere lo stato, che per tutte e tre resta non studiato. Il primo confronta venti medagliati e venti non medagliati fra arcieri universitari indiani e li trova nettamente separati su un questionario di robustezza mentale, ma a medaglie già assegnate, per cui non dice se la robustezza venga prima della vittoria o dopo: è la scheda che chiede se gli arcieri che vincono medaglie hanno più robustezza mentale. Il secondo trova, in trentanove principianti, che l'ansia va con un tiro peggiore solo nella metà più incline a preoccuparsi, su sottogruppi di diciannove e venti persone: nei principianti l'ansia pesa sul tiro solo in chi è più incline a preoccuparsi. Il terzo, su trentadue giovani arcieri malesi, vede il rendere al meglio sotto pressione staccarsi dalle altre scale dell'ACSI-28, ma proprio su quella scala l'adeguatezza campionaria è la più bassa, e una scala che non si lega alle altre può anche misurare male: fra le abilità mentali dell'arciere, rendere al meglio sotto pressione è una cosa a sé.

Il limite degli strumenti

Una parte del quadro sfumato dipende dagli strumenti, e due studi indonesiani lo mostrano bene. Nel primo, trentadue giovani arcieri rispondono a ventiquattro domande sì o no sulla loro condizione psicologica: trentuno finiscono nella fascia più alta, tutti prendono il massimo nell'adattamento e nessuno risulta carente in niente. Nel secondo, 269 arcieri compilano prima della gara un questionario di robustezza mentale, e i punteggi stanno tutti fra 32 e 40, con deviazioni standard sotto i due punti. Uno strumento così mette quasi tutti nello stesso punto e separa poco una persona dall'altra. Lo stesso studio dichiara anche un legame con il punteggio di gara, ma lo ricava da un test che confronta il punteggio del questionario con quello delle frecce come se fossero la stessa misura, per cui non mostra niente.

Una scala così stretta, però, non è del tutto cieca. Quel questionario distingue comunque, di un punto scarso, chi tira a 40 metri da chi tira a 50 e a 70, e l'ACSI-28 degli arcieri greci, con la sua coerenza modesta, distingue chi gareggia da anni da chi ha appena cominciato. Gli studi su arcieri vanno quindi in due direzioni, e l'affermazione che i questionari brevi di psicologia dello sport non distinguono gli arcieri fra loro è contestata. La lettura che i dati sostengono è che questi strumenti separano qualcosa fra gruppi, ma poco fra singole persone.

Resta una domanda che gira fra arcieri e allenatori, cioè se l'occhio dominante dica qualcosa del carattere di chi tira. Una revisione sistematica di quattordici studi su 2.759 atleti non ne trova nessuno che abbia legato la dominanza occhio-mano a tratti psicologici, e l'unico indizio viene da ventisei studenti alla fine di un corso base, misurati con un test d'attenzione che non ha niente del tiro: chi ha l'occhio sinistro dominante sbaglia più lettere, ma ha punteggi di attenzione e di concentrazione uguali agli altri. L'affermazione che il profilo di dominanza occhio-mano dell'arciere dice qualcosa delle sue caratteristiche mentali è trasferita, perché nessuno studio l'ha messa alla prova su arcieri. Che cosa la dominanza cambi nella mira lo racconta l'articolo sull'occhio dominante.

Dove si fermano gli studi

Messi insieme, questi lavori hanno tre limiti in comune. Sono quasi tutti fotografie, cioè misure prese una volta sola su persone diverse, per cui non dicono se il tiro cambi la testa di chi lo pratica o se attiri chi ha già una certa testa. Sono quasi tutti autovalutazioni, che raccontano come l'arciere si vede e non come tira quando la freccia conta. E ciascuno viene da un paese, spesso da un solo club o da una sola provincia, con pochi sport di confronto. Nessuno di questi studi ha seguito gli stessi arcieri dai primi anni alle gare importanti, per cui la domanda su da dove venga quel poco di differenza che si misura non è stata messa alla prova.

Cosa ne ricavo per il campo

A chi arriva da un altro sport direi prima di tutto che non serve un carattere da arciere per cominciare. Le differenze misurate fra arcieri e altri sportivi sono piccole, riguardano poche scale e lasciano i gruppi in gran parte sovrapposti: golfisti, danzatori e atleti stanno dentro la stessa nuvola di risposte in cui stanno gli arcieri. Chi si sente poco paziente o poco tranquillo non ha davanti un ostacolo documentato dagli studi.

La seconda indicazione riguarda i questionari. Possono servire come punto di partenza per parlare con l'allenatore di che cosa succede in gara, a patto di leggerli per quello che sono: misure brevi, che si muovono poco da una persona all'altra e che in alcuni casi mettono quasi tutti in cima alla scala. Un punteggio di robustezza mentale, da solo, non dice come andrà una gara, e usarlo per scegliere o etichettare un arciere chiede alle misure più di quanto abbiano mostrato.

La terza riguarda il punteggio. Che una parte delle differenze fra arcieri vada insieme a fiducia, rimuginio sugli errori e attenzione torna in più studi, tutti trasversali, e nelle stime fatte sui campioni più ampi la quota sta fra un quarto e un terzo, lontana dai nove decimi che si sentono in giro. Se lavorare su queste abilità sposti il punteggio è un'altra domanda, e la affronta l'articolo sull'allenamento mentale. Per conto mio, invece di cercare un profilo da imitare, conviene osservare la propria testa come si osserva il proprio gesto: annotazioni ripetute nel tempo e confrontate con le proprie, non con un arciere tipo che i dati non disegnano.