La frase la conosce chiunque faccia gare: in allenamento tiro bene, in gara crollo. A volte è una volée che scappa di mano in uno scontro diretto, a volte una gara intera, a volte un periodo di settimane in cui le frecce non vanno più dove andavano. Nella letteratura in inglese tutto questo prende il nome di choking, il crollo sotto pressione, e negli ultimi anni qualcuno ha cominciato a chiederlo direttamente agli arcieri: quante volte è successo, quanto è durato e a chi succede più spesso.
Le risposte sono recenti e fragili. Che la maggior parte degli agonisti dica di esserci passata lo trovano due sondaggi in due paesi. Chi ci passa più spesso tende a rimuginare sugli errori, mentre chi sa prendere distanza dai propri pensieri ci passa meno spesso, ma sono legami piccoli, raccolti con questionari in un momento solo. E quando si guardano i punteggi delle gare disputate, il calo sulla freccia decisiva è di circa l'1%.
Che cosa si intende per crollo
Il primo problema è la parola. Nella psicologia dello sport il choking è una prestazione sotto il proprio livello quando la gara conta; gli studi sugli arcieri, però, lo hanno chiesto, ciascuno a modo suo. Un sondaggio britannico domandava agli agonisti se avessero mai avuto un calo drastico della prestazione fuori dal proprio controllo, una formula che tiene dentro sia la volée persa in finale sia la stagione andata storta. Uno studio italiano chiedeva invece quanti episodi di choking ci fossero stati negli ultimi sei mesi e quanto fosse durato ciascuno, contato in sedute di allenamento: qui l'episodio non è un momento della gara ma un periodo di crisi.
Accanto al crollo c'è il target panic, che chi tira conosce bene: la mira che non riesce a posarsi sul centro, il rilascio che parte prima del tempo o non parte. Le due cose si confondono spesso, e l'unico sondaggio che le ha contate nelle stesse persone, 155 agonisti fra arcieri e golfisti, aiuta a separarle. Fra chi ha avuto il target panic, o gli yips del golf, il 72% è andato anche in crisi in gara; fra chi non l'ha avuto, il 65%. È una sovrapposizione appena più alta di quella che si avrebbe se le due cose viaggiassero ognuna per conto suo, e l'11% del campione ha avuto il target panic o gli yips senza mai andare in crisi. Per questo nel registro l'affermazione che chi ha avuto il target panic riferisce una crisi in gara solo poco più spesso degli altri è riportata. Il target panic ha un articolo suo; qui si parla del crollo.
Quanto è diffuso
Fra i 69 arcieri del sondaggio britannico, tutti agonisti di livello da contea in su, il 75,4% dice di aver avuto almeno una volta un calo drastico fuori dal proprio controllo, contro il 61,6% degli 86 golfisti. Sul campione intero, arcieri e golfisti insieme, chi lo riferisce non si distingue per età né per anni passati al proprio livello più alto. Lo studio italiano, su 115 agonisti tesserati nel Lazio fra i 10 e i 74 anni, dà un quadro più fitto: in media tre episodi negli ultimi sei mesi, da uno a sette, ciascuno lungo in media sei sedute di allenamento, e 34 arcieri su 115 dicono di essere in crisi mentre compilano il questionario.
I due numeri vanno nella stessa direzione, e l'affermazione che la maggior parte degli arcieri agonisti dice di essere andata in crisi almeno una volta in gara è riportata. Non sale oltre per il modo in cui si conta: chi risponde decide da sé se riconoscersi nell'etichetta, il ricordo copre anni, e nel campione italiano nessuno dichiara zero episodi, per cui o la definizione era molto ampia o la scelta casuale dei partecipanti non ha retto al reclutamento sui campi di gara.
Che cosa dicono i punteggi
Nessuno dei due sondaggi mette il racconto accanto ai referti di gara, e i pochi studi che hanno guardato i punteggi sotto pressione trovano effetti piccoli. Un'analisi di 2.210 scontri diretti internazionali chiusi allo spareggio, fra il 2013 e il 2019, confronta ogni arciere con sé stesso: la freccia decisiva vale in media l'1,1% in meno della sua media nel primo set dello stesso match, e ai vertici si parla di 9,148 punti di media nei set e 9,088 nello spareggio. L'affermazione che nella freccia di spareggio gli arcieri segnano meno che nel resto del match è riportata, perché lo studio è uno solo, e lo stesso studio vede il calo negli uomini e non nelle donne, senza che la differenza fra i due cali raggiunga la soglia: il calo si misura negli arcieri e non nelle arciere.
Un altro archivio, 19.122 frecce di scontri diretti del ricurvo fra tre Olimpiadi, i Mondiali del 2021 e un Grand Prix europeo, mostra dove il calo si vede di più. Dopo due frecce fuori dal 10 la terza vale circa il 12% in meno che dopo due 10, per tutti. In quella situazione le donne recuperano meno: la terza freccia degli uomini vale il 3,5% in più di quella delle donne, mentre in generale l'ultima freccia della volée non distingue i sessi: l'affermazione che dopo due frecce fuori dal 10 le arciere d'élite recuperano meno degli uomini è riportata su un solo studio osservativo. Dentro una volée, del resto, chi tira sa come sta andando il match, quindi la scia delle frecce precedenti e la pressione del punteggio non si separano.
Fuori dagli scontri diretti il segnale è ancora più tenue: nei pochi gruppi in cui la precisione è stata misurata sia in allenamento sia in gara, quasi tutti di kyudo e di pochissime persone, nessuno ha trovato un calo sistematico, e l'unico dato contrario, tre arciere coreane, riguarda solo la prima gara della stagione. Il registro segna come riportato che in gara la precisione non cala rispetto all'allenamento. Se ne parla in si tira peggio in gara che in allenamento? Questo non toglie niente alle crisi riferite, perché il crollo di una persona può sparire nella media di tutte le altre.
Chi va in crisi più spesso
Qui il lavoro più ricco è lo studio italiano, che ai 115 arcieri ha dato una batteria di questionari su ansia, rimuginio, reazioni allo stress, attenzione a sé e agli altri e sostegno dell'allenatore. La figura mette in fila quanto ciascuna misura si lega al numero di episodi riferiti.
Il legame più costante è quello con il rimuginio, cioè il pensiero che torna sui dubbi e sulla paura di fallire. Lo trovano entrambi gli studi: in quello britannico chi riferisce un crollo si preoccupa di più degli errori, fra gli arcieri 2,47 contro 1,89, e dubita di più delle proprie azioni, con i confronti fatti su arcieri e golfisti insieme; nello studio italiano il rimuginio è uno dei tre fattori che prevedono la frequenza delle crisi. Per questo l'affermazione che gli arcieri che rimuginano sugli errori vanno più spesso in crisi in gara è riportata, e non di più: entrambi gli studi misurano crisi e rimuginio nello stesso momento e non dicono quale dei due venga prima.
Se chi torna con la testa sugli errori già fatti faccia anche punteggi più bassi è meno chiaro. In uno studio su 188 arcieri statunitensi quel pensiero era la voce mentale più legata al punteggio medio della stagione, con una correlazione di −0,51 negli 80 che avevano i dati completi; su cinquanta giovani arcieri malesi la libertà dalla preoccupazione, una misura vicina ma rivolta più agli errori ancora da fare che a quelli già fatti, è stata invece l'unica abilità mentale a non distinguere chi tirava meglio. L'affermazione che gli arcieri che rimuginano sugli errori passati fanno punteggi più bassi è contestata.
L'ansia sentita nel corpo, cioè nervosismo, tensione e batticuore, si lega alle crisi con una correlazione di 0,24, che vale circa il 6% delle differenze fra un arciere e l'altro. Nel modello con cui gli autori prevedono le crisi l'ansia somatica però non compare: alimenta il rimuginio, insieme alle altre due forme d'ansia, ed è il rimuginio a stare accanto agli episodi. L'affermazione che gli arcieri che sentono l'ansia nel corpo vanno più spesso in crisi in gara è quindi riportata su uno studio solo, che gli stessi autori chiamano esplorativo. Di quanto l'ansia pesi sul punteggio si parla nell'articolo sull'ansia da gara.
Sul peso dello sguardo altrui i due studi non si accordano. Nel campione italiano chi è più attento all'immagine che dà agli altri riferisce un po' più crisi; nel sondaggio britannico la stessa scala, sui due sport messi insieme, non separa chi è crollato da chi no, e fra i soli arcieri le medie, 3,08 contro 2,66, vanno nel verso dell'affermazione senza un test che lo verifichi. Per questo l'affermazione che gli arcieri più preoccupati dell'immagine che danno agli altri vanno più spesso in crisi è contestata. Lo stesso vale per la personalità: nel sondaggio britannico gli arcieri che sono crollati si descrivono meno coscienziosi, 3,80 contro 4,38 su una scala da uno a cinque, ma fra gli arcieri con il target panic la differenza non c'è, 3,92 contro 3,96, per cui anche l'affermazione che chi va in crisi e chi ha gli yips risulta meno coscienzioso è contestata.
Dall'altra parte della figura stanno le misure che vanno con meno crisi. Chi sa prendere distanza dai propri pensieri ne riferisce meno, ed è un altro dei tre fattori del modello. Chi reagisce allo stress rimettendosi al compito ne riferisce meno anche lui e soprattutto rimugina molto meno, con una correlazione di −0,58: l'affermazione che gli arcieri che affrontano lo stress concentrandosi sul compito vanno meno spesso in crisi in gara è riportata. Due limiti valgono per tutto lo studio. Tutti dichiarano almeno una crisi, quindi il confronto è fra chi ci va meno spesso e chi più spesso; e l'insieme dei fattori del modello spiega il 19,3% delle differenze nella frequenza delle crisi, il 17,2% con la correzione, per cui più di quattro quinti di quello che separa un arciere dall'altro restano fuori.
Quando ci si sente in dovere di vincere
Sui campi circola un'idea precisa: si crolla nelle gare in cui ci si sente in dovere di vincere, più che in quelle difficili. L'unica evidenza diretta è il caso di un'arciera di 44 anni con una posizione nella classifica nazionale, che calava nelle gare che considerava più facili, al chiuso, sulle distanze corte e contro avversarie meno esperte, mentre all'aperto e contro arciere più forti tirava meglio. Dopo sette incontri di terapia razionale emotiva in tre mesi, centrati sulle sue convinzioni più rigide, la media in gara è passata dal 75,6% all'84,9% del punteggio massimo, nove gare prima e nove dopo. È però una persona sola, ricostruita in buona parte dal suo racconto e senza un periodo di partenza stabile, per cui il miglioramento non si può attribuire all'intervento.
Il sondaggio britannico aggiunge un indizio laterale: gli arcieri che riferiscono un crollo riferiscono anche più aspettative da parte dei genitori, 2,32 contro 1,86. Sono aspettative altrui, non il senso di dover vincere, e un questionario raccolto dopo non dice che cosa venga prima. L'affermazione che il crollo in gara arriva quando l'arciere si sente in dovere di vincere, non quando la gara è difficile resta riportata sul caso singolo.
L'allenatore dietro la linea
Il terzo fattore del modello italiano è il sostegno dell'allenatore percepito in gara: chi si sente sostenuto riferisce meno crisi, con un peso di −0,23 nella regressione degli autori. Conta il sostegno in gara e non quello in allenamento, e preso da solo il legame è debole, −0,15, tanto che, rifacendo il conto su 115 arcieri, non arriva alla soglia che lo studio gli segna. Si sente più sostenuto, poi, chi preferisce allenarsi in gruppo: potrebbe contare il tipo di arciere più di quello che l'allenatore fa, e un arciere che va spesso in crisi può anche ricordare l'allenatore come meno presente.
Otto arcieri olimpici sudcoreani, intervistati sul rapporto con i propri allenatori, raccontano che il modo conta quanto la presenza. Dopo un sette arrivato in mezzo a una serie di dieci li aiuta un incoraggiamento calmo e personale, qualche parola su come tirano quando tirano al meglio; una frase di sostegno ripetuta da dietro la linea durante una finale a squadre, invece, distrae, e un allenatore arrabbiato o visibilmente in ansia fa calare la fiducia. Il choking in quello studio non era misurato, per cui l'affermazione che il sostegno dell'allenatore in gara riduce gli episodi di choking è riportata sulla sola associazione italiana, e nessuno ha messo alla prova un effetto.
Arcieri e altri sport
Si sente dire che il tiro con l'arco insegni a reggere la pressione. L'unico confronto viene dall'India: 180 ragazzi fra gli 11 e i 13 anni, trenta per ciascuno di sei sport individuali, hanno fatto un test di laboratorio di tolleranza allo stress. Nelle risposte corrette, negli stimoli mancati e nei tempi di reazione i sei sport si equivalgono, e nelle risposte errate l'unica differenza degli arcieri è con il nuoto, in una direzione che lo studio non chiarisce. L'affermazione che in un test di tolleranza allo stress i giovani arcieri non fanno meglio dei coetanei di altri sport è riportata. Riguarda preadolescenti in laboratorio, non la tenuta in una qualifica.
Dove si ferma la ricerca
Le misure sulle persone vengono quasi tutte da due questionari e da un caso singolo, con due definizioni diverse di crisi. Tutti fotografano un momento solo, e restano aperte proprio le domande che a chi tira interessano di più. Nessuno ha seguito degli arcieri nel tempo per vedere se chi rimugina di più vada in crisi dopo, o rimugini perché è già in crisi; nessuno ha messo le crisi raccontate accanto ai punteggi della stessa persona; e nessuno ha provato a ridurre le crisi lavorando sul rimuginio, con un gruppo di controllo. Il dato più vicino viene da 23 arcieri universitari: dopo otto sedute di mindfulness in quattro settimane il loro rimuginio emotivo è sceso da 3,29 a 2,40, ma lo studio non aveva un gruppo di confronto e non ha guardato le gare.
Cosa ne ricavo per la linea di tiro
Questi studi non dicono come si evita un crollo. Dicono che capita a molti, che sulle medie dei punteggi pesa meno di quanto lo si senta e che le persone a cui capita più spesso hanno in comune soprattutto un modo di stare con i propri errori. Ne ricavo tre indicazioni, e nessuna è stata messa alla prova con un esperimento sulle crisi.
La prima è dare un nome preciso a quello che succede. Una volée persa in uno scontro, una gara intera sotto il proprio livello e un periodo di settimane in cui il tiro non torna sono tre cose diverse, e il target panic è un'altra ancora. Annotare sul quaderno quando succede e che cosa si pensava subito prima, dopo qualche mese mostra se le crisi arrivano nelle gare difficili oppure, come per l'arciera del caso singolo, in quelle che ci si sentiva in dovere di vincere.
La seconda riguarda la freccia dopo l'errore. Il legame più costante nei due sondaggi è quello fra crisi e rimuginio, e negli archivi di gara il calo più netto si vede sulla terza freccia dopo due fuori dal 10. Una routine pre-tiro che riparta da capo a ogni freccia, con un gesto o una parola che riporti l'attenzione al compito, è il modo più diretto che conosco per non portarsi la freccia precedente in quella successiva. I dati, però, sono correlazioni, e che una routine abbassi le crisi nessuno l'ha misurato.
La terza riguarda l'allenatore. Visto che nei racconti degli arcieri olimpici a fare la differenza era il modo, conviene decidere prima della gara che cosa dire nei momenti difficili e che cosa evitare: poche parole calme, riferite a come l'arciere tira quando tira bene, invece di incoraggiamenti ripetuti da dietro la linea. Se poi una crisi dura settimane e non passa, è il caso di lavorarci con il proprio tecnico e, quando serve, con uno psicologo dello sport, tenendo il quaderno come base comune.