Chi entra in un negozio di arcieria, o sfoglia un catalogo online, trova un'intera famiglia di oggetti che promettono di correggere il tiro mentre lo si fa: sensori che vibrano o suonano quando la tensione della trazione cala, piccole luci sul mirino che si accendono quando l'arco è al suo posto, applicazioni che leggono il movimento da un sensore al polso. Il ragionamento è semplice: molti errori, soprattutto all'inizio, non si sentono. Il braccio dell'arco scende di un grado, la mano della corda cede di qualche millimetro, il rilascio arriva un attimo più tardi, e l'arciere se ne accorge solo guardando dove è finita la freccia, per cui un segnale esterno dovrebbe rendere visibile, o udibile, quello che il corpo non registra.
Resta da capire se questi segnali aiutino a tirare meglio, e la ricerca che l'ha messo alla prova sugli arcieri è poca e sparsa in trent'anni. Un laboratorio francese, nei primi anni Novanta, ha provato un suono che scattava quando la trazione cedeva; un lavoro ucraino ha dato agli arcieri un numero dopo ogni freccia; un istituto tecnico giapponese ha montato una luce e un cicalino sull'arco di un principiante; e un gruppo coreano ha chiesto che cosa succede quando a decidere il momento del rilascio è un segnale esterno invece dell'arciere. Messe insieme, queste prove dicono che il segnale ha migliorato quello che controllava finché restava acceso, quasi sempre ma non per tutti, mentre sul punteggio, e su quello che resta quando lo si spegne, dicono poco o niente.
Tre modi di usare un segnale
Conviene separare subito tre cose che nei cataloghi stanno insieme. La prima è il segnale durante il tiro, che avvisa in tempo reale quando una grandezza esce da una soglia: il suono sulla trazione e la luce sul braccio dell'arco sono di questo tipo. La seconda è il segnale dopo il tiro, un numero o un'immagine che arriva quando la freccia è già partita e che l'arciere confronta con quello che ha sentito; il cronometro sul rilascio e il video appartengono a questa famiglia. La terza è il segnale che dice quando tirare, e il più diffuso è il clicker, il cui scatto per molti arcieri è il via del rilascio. Il primo aggiunge informazione proprio quando l'arciere ha già molto da controllare, il secondo lascia libero il gesto, il terzo sposta la decisione fuori dall'arciere; gli studi li hanno provati uno per volta, e nessuno li ha messi a confronto.
Un suono quando la trazione cede
Il primo esperimento viene da un laboratorio di Parigi ed è il più vicino ai dispositivi che si vendono oggi. Fra il riser e il flettente inferiore era montato un sensore che, attraverso la flessione dell'arco, seguiva i piccoli movimenti della mano della corda durante la trazione finale, e un computer ne analizzava il segnale: quando la mano cedeva in avanti oltre una soglia, faceva sentire un suono che durava finché l'allungo non tornava al valore di partenza. La soglia era tarata arciere per arciere, in modo da scattare solo sui cedimenti più ampi, in media su un tiro su tre. Sei arcieri hanno tirato due serie da 36 frecce in giorni diversi, la prima senza suono e la seconda con il suono acceso.
La regolarità della trazione, misurata come distanza media del movimento dalla sua linea di tendenza, è migliorata in cinque arcieri su sei: nel caso più netto è scesa da 2,34 a 1,69, negli altri di meno. Il sesto, che nella tabella dello studio è il primo ed era quello che partiva più irregolare, ha fatto il contrario, e con il suono la sua trazione è passata da 2,53 a 4,27, un peggioramento marcato. Il punteggio non è migliorato in modo significativo, e gli autori ipotizzano che l'informazione in più tolga attenzione ad altri aspetti del tiro. C'è anche un limite di disegno: la serie con il suono veniva sempre per seconda, perché la soglia si tarava sulla prima, per cui una parte del miglioramento può essere semplice pratica.
Per questo nel registro l'affermazione che un segnale sonoro che avvisa dei cedimenti della trazione rende la trazione più regolare è contestata: lo studio è uno solo, su sei persone, e i suoi casi vanno in due direzioni.
Una luce quando il braccio dell'arco torna al suo posto
Il secondo dispositivo nasce in un istituto tecnico giapponese. Gli autori partono da un problema pratico, cioè che nei club scolastici è raro avere un allenatore esperto, e provano a supplire con l'elettronica. Sull'arco erano montati un accelerometro e una bussola: il dispositivo memorizzava l'angolo del braccio dell'arco rispetto all'orizzontale, che sposta le frecce in alto e in basso, e la sua direzione a destra o a sinistra nei tiri finiti al centro, e avvisava quando l'arciere rientrava entro una tolleranza da quella posizione, per esempio un grado. A 30 metri l'avviso era una piccola matrice di luci accanto al mirino, a 18 metri un suono. La rotazione dell'arco attorno alla freccia, quella che si corregge con una livella, il dispositivo la misurava ma non la usava per il segnale.
Con il segnale acceso la distanza media fra le tre frecce di una volée è scesa da 17,3 a 10,7 centimetri a 30 metri con la luce, e da 11,9 a 5,3 centimetri a 18 metri con il suono, su dodici volée per condizione; anche la variabilità da una volée all'altra si è ridotta, a circa un terzo. Il lavoro è uscito in due riviste con gli stessi numeri, e nel registro conta come uno studio solo. Chi tirava era un principiante con circa un anno di pratica, ed è probabile che fosse una persona sola; non c'è un gruppo di controllo, non c'è un test statistico e l'ordine delle due condizioni non è riportato.
Il registro tiene il risultato in due schede, una dal lato dell'apprendimento e una dal lato dell'attrezzo: un segnale sonoro o luminoso sull'angolo del braccio dell'arco riduce la dispersione dei principianti, e un segnale che avverte quando l'arco ha l'inclinazione giusta stringe il gruppo dei principianti. Entrambe sono riportate, e per la stessa ragione: l'evidenza a favore c'è, ma viene da un caso. C'è poi un dettaglio che conta più dei numeri. Le frecce con il segnale sono state tirate con il segnale acceso, per cui il lavoro mostra che l'aiuto funziona mentre c'è, e non dice se insegni a tenere il braccio al suo posto quando lo si toglie.
Un modello dei punteggi di un ricurvista d'élite stima che a 70 metri circa un quarto dei punti persi venga dalla rotazione laterale dell'arco che cambia da un tiro all'altro. È proprio l'angolo che il dispositivo giapponese misurava senza usarlo: il modello spiega perché valga la pena di guardare l'arco, non dice niente su un segnale che lo corregga.
Un numero dopo ogni freccia
L'esperimento ucraino segue l'altra strada. Il dispositivo, costruito dall'autore, misurava il tempo fra lo scatto del clicker e l'uscita della corda con un contatto sul clicker e una fotocellula sull'asta del mirino, ma durante il tiro non diceva niente: dopo ogni freccia l'arciere ripensava a quanto gli era sembrato lungo quel tempo, e poi lo confrontava con il numero. Il metodo era diviso in quattro fasi, dalla prima confidenza con l'apparecchio fino al tentativo di rendere il tempo il più uniforme possibile, e partiva da un'idea dichiarata: nessuno sente i centesimi di secondo per natura, ma la sensazione si affina se la si mette ogni volta accanto a una misura.
Gli arcieri erano di livello medio, divisi senza sorteggio in un gruppo che si allenava con il dispositivo e uno che continuava come prima. Alla fine, nel gruppo sperimentale, la variabilità del tempo di rilascio era scesa in modo netto, con un valore del test statistico di 4,8 sulla deviazione standard e di 5,1 sul coefficiente di variazione, contro una soglia di 2,26; il tempo medio, invece, non era cambiato in modo significativo. Il metodo, quindi, ha reso il rilascio più regolare, non più rapido né più lento. Il punteggio è salito appena sopra la soglia, con un valore di 2,4, e nel gruppo di controllo, secondo l'autore, non si è mosso niente. Il resoconto, però, è un breve contributo a un convegno, che non dice quanti arcieri c'erano né dà i valori di partenza, e la prova non è stata ripetuta.
Nel registro l'affermazione che allenarsi con un segnale sul tempo del rilascio lo rende più costante è riportata. Fra gli esperimenti visti fin qui è l'unico con un gruppo di controllo, e anche l'unico in cui il segnale non si sovrappone al tiro.
Il segnale dopo il tiro più comune, oggi, è il video. Un sistema giapponese che, con un giroscopio sull'arco, raggruppava i tiri di cinque arcieri in varianti di movimento è stato giudicato utile dall'allenatore e dagli arcieri, che da soli quelle differenze non le notavano; gli stessi autori riferiscono, però, che i più esperti collegavano il grafico a quello che avevano sentito, mentre altri non riuscivano a immaginare il gesto nemmeno guardandolo. Due studi hanno riportato un guadagno di punteggio: in trentuno arcieri thailandesi di livello nazionale e internazionale il punteggio su dieci frecce a 70 metri è passato da 78,96 a 85,61, senza un gruppo di controllo, e in sessanta ragazzi sotto i diciotto anni divisi in due gruppi chi si riprendeva in video ha guadagnato 4,23 punti contro i 0,27 dell'altro gruppo. In entrambi, però, il video arrivava insieme alle correzioni di chi allenava, ed entrambi sono usciti in riviste con criteri editoriali dubbi, che nel registro non decidono mai lo stato di un'affermazione. Per questo l'affermazione che rivedere i propri tiri in video con chi ti allena fa progredire più in fretta risulta non studiata: il registro riporta i due studi ma non li conta, e anche presi così come sono direbbero che un arciere che guarda i propri tiri insieme a chi lo allena migliora, non che sia il video a farlo.
Il segnale che dice quando tirare
Nel ricurvo il segnale più familiare è il clicker, che ha due funzioni: conferma che l'allungo è arrivato al punto stabilito e, per molti arcieri, dà il via al rilascio. Sul campo si insegna spesso a rilasciare sullo scatto, come una risposta allenata al suono, e nell'articolo sul clicker ho raccolto le misure su quello scatto e sul tempo che lo separa dalla partenza della corda. Due lavori dello stesso gruppo coreano, usciti nel 2023, guardano la cosa da un altro lato: chiedono che cosa succede quando a decidere il momento è un segnale esterno invece dell'arciere.
Il primo è stato fatto in laboratorio, con otto uomini senza esperienza di tiro e un arco simulato che misurava le forze delle dita e calcolava dove sarebbe arrivata una freccia virtuale. Quando rilasciavano di propria iniziativa i colpi erano più raggruppati, con un indice di dispersione di 0,017 contro 0,023 quando rilasciavano su un segnale visivo. Aspettando il segnale, a cui rispondevano in circa un terzo di secondo, cresceva la co-contrazione dei muscoli attorno alla caviglia e il corpo oscillava di più avanti e indietro, per un tremore e non per una deriva lenta dell'equilibrio; con il rilascio deciso da sé, invece, i muscoli della gamba si coordinavano per tenere fermo il centro di pressione, e solo in quella condizione stare più fermi andava insieme a colpi più raccolti.
Il secondo ha portato la domanda sugli arcieri. Nove arciere d'élite del ricurvo, con più di dieci anni di pratica e alcune della squadra nazionale, hanno tirato a 8 metri venti frecce con il clicker e venti senza, in ordine casuale, e senza clicker la mira al momento del rilascio era più raccolta, con una dimensione dell'effetto di 0,84. I limiti sono chiari. La precisione era calcolata dall'orientamento dell'arco, non dagli impatti sul bersaglio; senza clicker la trazione durava anche meno, per cui il vantaggio potrebbe venire dalla durata e non dal tipo di rilascio; la rivista è regionale; e l'irrigidimento della caviglia, che nel tiro simulato era il cuore del meccanismo, nelle arciere con un arco reale non ha raggiunto la significatività.
Per questo l'affermazione che rilasciare quando si decide da sé raggruppa meglio che rilasciare su un segnale esterno è riportata, e in nessuna di queste prove è stato misurato il punteggio delle frecce. Lo stesso esperimento ha controllato anche un timore diffuso, che togliendo il clicker si perda allungo: la lunghezza di trazione misurata un attimo prima del rilascio non è cambiata, e la scheda senza il clicker si perde allungo è contraddetta, con il limite di una sola sessione da vicino, su arciere che il clicker lo usano da anni.
Un'ultima tessera viene da un laboratorio tedesco, alla fine degli anni Novanta. In nove arcieri delle squadre nazionali l'intervallo fra lo scatto del clicker e la partenza della corda era più breve del loro tempo di reazione a un suono in tutti e nove, nel compito più simile al tiro, e in sette su nove in quello più semplice. Da qui l'affermazione, riportata, che negli arcieri esperti il rilascio non è una reazione allo scatto del clicker. Se le cose stanno così, negli esperti il clicker conferma un gesto già avviato più che farlo partire, e la distanza fra un rilascio che risponde al clic e uno deciso da sé si riduce.
Dove si fermano le prove
Messe in fila, le prove con un segnale durante il tiro o al momento del rilascio hanno tre limiti in comune. Sono piccole: da una a nove persone, quando il numero è dichiarato. Quelle con il segnale durante il tiro non hanno controllato che cosa resta quando il dispositivo si spegne, perché le frecce con la luce e con il suono sono state tirate con il segnale acceso e nessuno ha rimesso gli stessi arcieri sulla linea, senza aiuti, qualche settimana dopo. E il punteggio, che è quello che interessa a chi tira, o non è stato misurato o non è cambiato in modo significativo, come con il suono sulla trazione. Il numero dato dopo ogni freccia sul tempo del rilascio, che però arriva a tiro finito, ha fatto salire il punteggio appena sopra la soglia statistica, in un gruppo di cui non si conosce la numerosità.
Lo stesso vale per i sensori indossabili, che sono la versione moderna di questi apparecchi. Il confronto con uno strumento di laboratorio è uno solo, un abstract di congresso su sei arcieri della nazionale cinese: le curve di accelerazione di cinque sensori inerziali somigliano a quelle di un sistema ottico a otto telecamere, con coefficienti per lo più sopra 0,75. È la ragione per cui la scheda le curve di accelerazione dei sensori indossabili somigliano a quelle di un sistema ottico di laboratorio è riportata. Dice che il sensore segue la forma del movimento; che ne misuri con la stessa precisione l'ampiezza, o che allenarsi con i suoi avvisi faccia tirare meglio, non è stato messo alla prova.
Cosa ne ricavo per il campo
Da queste prove non esce una regola per comprare o non comprare un dispositivo, ma un modo di usarlo. Un segnale durante il tiro, che sia un suono sulla trazione o una luce sull'arco, cambia quello che controlla mentre è acceso, e questo può servire a scoprire un'abitudine che non si sente: un principiante che vede la luce restare spenta ogni volta che il braccio dell'arco scende ha un modo per accorgersene mentre tira. Lo userei così, per periodi brevi, sapendo che nessuno ha misurato quanto di quell'effetto resti quando il segnale non c'è più.
La seconda cosa che tengo presente è il prezzo dell'attenzione. Nell'esperimento sulla trazione il suono ha reso il gesto più regolare in cinque arcieri su sei ma non ha fatto salire il punteggio, e nel sesto lo ha reso molto più irregolare; gli autori pensano che l'informazione in più tolga risorse al resto del tiro. Per questo alternerei sempre serie con il dispositivo e serie senza, e il bersaglio lo guarderei nelle seconde, non nelle prime.
La terza riguarda il tipo di segnale. Il metodo ucraino non diceva niente durante il tiro e chiedeva all'arciere di stimare da sé, a freccia partita, prima di guardare il numero: è l'unico che abbia lavorato apertamente sulla sensazione dell'arciere invece di sostituirla. Lo stesso ordine si può tenere con un video o con un'applicazione, prima dire che cosa si è sentito e poi guardare. Nessuno ha confrontato questo modo con il segnale in tempo reale, quindi per me è una scelta di metodo, non una conclusione degli studi.
L'ultima riguarda il momento del rilascio. Le prove coreane non dicono di togliere il clicker: dicono che, in laboratorio e in una sessione da vicino, il rilascio deciso da chi tira è andato insieme a una mira più raccolta di un rilascio in attesa di un segnale. Per come la vedo è un motivo in più per lavorare sulla ripetibilità del gesto, in modo che lo scatto arrivi dentro un'espansione che continua, e non come un comando da aspettare.