Prima o poi me lo chiede quasi ogni arciere che porta gli occhiali, e qualche volta anche chi ha dieci decimi e vuole sapere se gli bastano: la vista mi limita il punteggio? La domanda è sensata, perché il tiro con l'arco è uno sport di mira e a 70 metri il giallo è un dischetto. La pagina sull'occhio dominante spiega come capire con quale occhio mirare; qui la domanda è un'altra, cioè se vedere meglio faccia tirare meglio.
Gli studi che l'hanno misurato sono pochi e quasi tutti piccoli, ma vanno in una direzione che sorprende chi se lo chiede. L'unico che ha messo l'acuità visiva accanto al punteggio non ha trovato nessun legame, e lo stesso studio ha visto negli arcieri più forti una percezione della profondità un po' peggiore, non migliore. L'unica misura legata all'occhio che va insieme alle frecce buone riguarda la percezione: un gruppo di giovani arcieri coreani tirava meglio quando il bersaglio gli sembrava più grande. Intanto, nell'unico conteggio che c'è, circa un arciere su otto tirava con un difetto di vista non corretto.
Acuità visiva e punteggio
La misura più ampia è anche la più vecchia. A metà degli anni Ottanta un laboratorio americano ha testato centottantotto arcieri del ricurvo nei raduni di preparazione olimpica e ai campionati nazionali, dal principiante al livello mondiale (nel campione c'era anche il detentore del record del mondo), con una batteria di sessantadue variabili fisiche e psicologiche, e per centodue di loro ha i dati completi della vista. La vista entrava con uno strumento di screening che misura l'acuità da vicino e da lontano, occhio per occhio e con i due occhi insieme, le forie, cioè la tendenza degli occhi a deviare quando smettono di lavorare in coppia, la percezione della profondità e la visione dei colori. Ogni misura è stata messa accanto al punteggio medio della stagione di ciascun arciere.
Nessuna delle misure di acuità si lega al punteggio. L'acuità da lontano arriva a 0,12 con un occhio e a -0,12 con l'altro, quella da vicino e le forie stanno fra -0,08 e 0,04, e la visione dei colori tocca 0,25, proprio sulla soglia che gli autori si erano dati in anticipo per tenere una variabile, senza superarla. Con correlazioni così vicine allo zero, sapere quanto vede un arciere non dice quasi niente del suo punteggio. Nell'analisi che cercava i fattori capaci di predire il punteggio gli autori hanno usato soltanto l'acuità dell'occhio che mira, da vicino per chi mette a fuoco il mirino e da lontano per chi mette a fuoco il bersaglio, e nemmeno così l'acuità è entrata fra quei fattori.
Prima di leggerci che la vista non conta, però, bisogna guardare come è stata misurata. Erano prove di screening fatte in blocco, dentro una giornata di test di circa due ore e mezza, in un campione che andava dai 12 ai 74 anni, e l'articolo non dice se gli arcieri le facessero con gli occhiali o le lenti con cui tirano. Se le hanno fatte con la correzione abituale, lo studio dice che fra arcieri che vedono abbastanza per tirare i decimi in più non fanno differenza; in nessun caso dice che si possa tirare bene senza vedere il bersaglio. Per questo nel registro l'affermazione che l'acuità visiva non è legata al punteggio dell'arciere è riportata e niente di più: uno studio solo, trasversale, e nessuna replica.
La percezione della profondità
Nello stesso pannello una misura visiva si stacca, ed è quella che nessuno si aspettava: la percezione della profondità, cioè la capacità di giudicare con i due occhi quale oggetto è più vicino e quale più lontano. Gli autori pensavano che gli arcieri migliori l'avessero migliore e hanno trovato il contrario: più alto il livello, più basso il punteggio al test, con una correlazione di -0,36 sui centodue arcieri. Divisi in quattro gruppi di livello, gli arcieri sotto i 1.200 punti FITA facevano 5,80 al test, quelli fra 1.200 e 1.246 facevano 4,37 e quelli sopra 4,07, e fra questi ultimi due la differenza non era significativa: il calo c'è nel passaggio dai livelli bassi a quelli alti, poi si ferma.
Gli autori ne danno due spiegazioni. La prima riguarda il tiro: a distanze note l'arciere non ha bisogno di collocare il bersaglio nello spazio, e diversi arcieri di vertice del campione chiudevano o socchiudevano l'occhio che non mira, rinunciando di fatto alla visione in profondità. La seconda è l'età, perché i gruppi più forti erano anche i più anziani, 28 anni di media contro 26 e 22, e la percezione della profondità può risentirne. Nel registro l'affermazione è scritta nella direzione del risultato, gli arcieri migliori non hanno una percezione della profondità migliore, ed è riportata. Lo studio dice che per tirare bene non serve una visione in profondità fuori dal comune, non che vederla peggio aiuti.
Il dettaglio dell'occhio chiuso porta a un'altra domanda, se convenga mirare con uno o con due occhi, su cui i due confronti diretti vanno in direzioni opposte: nel registro l'affermazione che mirare con un occhio chiuso dà gruppi più stretti è contestata.
Gli arcieri e gli atleti di altri sport
Se fosse la vista a fare l'arciere, ci si aspetterebbe di trovarla migliore negli arcieri che negli altri sportivi. Uno studio sudafricano del 2010 l'ha controllato su ventotto arcieri di compound, ricurvo e arco tradizionale, dai principianti agli esperti e dai 12 ai 58 anni, con una batteria completa di test visivi, e ha confrontato le norme del gruppo con quelle stabilite nel 2002 per atleti d'élite di altri sport. Su acuità, sensibilità al contrasto, stereopsi (la visione in profondità misurata con un test apposito) e coordinazione occhio-mano gli arcieri stavano sotto, anche se per la coordinazione occhio-mano la differenza era piccola; stavano sopra solo nella coordinazione occhio-corpo su una pedana di equilibrio e nel tempo di risposta con la mano destra.
Il confronto ha un limite evidente, perché mette accanto norme raccolte in anni e paesi diversi invece di persone misurate insieme, e il campione mescola livelli e discipline; per l'acuità, poi, gli autori stessi notano che il loro test, fatto a tre metri, non poteva andare oltre i dieci decimi. Per questo l'affermazione che gli arcieri non hanno abilità visive migliori degli atleti di altri sport è riportata, e va letta per quello che dice: gli arcieri misurati non spiccano, il che non vuol dire che vedano peggio. Quanto alla coordinazione occhio-mano, le sole volte in cui è stata messa accanto al punteggio riguardano bambini arcieri, con due risultati opposti, e l'affermazione che la coordinazione occhio-mano è legata al punteggio è contestata.
Quanti arcieri tirano senza la correzione giusta
Il dato che più riguarda chi si fa la domanda viene da Teheran. In uno studio pilota, dentro un articolo che proponeva un protocollo per il controllo della vista negli arcieri, cinquantasette arcieri di ricurvo e compound fra i 18 e i 38 anni, trentacinque d'élite e ventidue no, sono stati esaminati in un ospedale oftalmico: circa il 13 per cento aveva un difetto di refrazione non corretto, cioè tirava con una miopia, un'ipermetropia o un astigmatismo senza occhiali o lenti adatti. È più o meno un arciere su otto. La cifra non è divisa per livello né messa accanto al punteggio, e viene da un solo conteggio descrittivo, per cui l'affermazione che una parte degli arcieri tira con un difetto di vista non corretto è riportata e il numero va preso come indicativo. Gli stessi autori stimano che un controllo completo, pensato per il tiro, sta in circa quaranta minuti per atleta.
Lo studio sudafricano non conta i difetti, ma aggiunge un dettaglio compatibile: al suo test di acuità ventidue arcieri su ventotto arrivavano a dieci decimi con i due occhi insieme e sei no, senza che lo studio dica perché né se tirassero con occhiali o lenti.
Quanto serva vedere a una distanza data l'ha calcolato lo studio giapponese che ha confrontato uno e due occhi aperti, su arcieri di un club universitario. A 30 metri la visuale da 80 centimetri occupa un grado e mezzo del campo visivo, 1,53 gradi, e per distinguerne il cerchio centrale serve un'acuità di almeno 0,218 logMAR, che sulla scala in decimi usata in Italia corrisponde a circa sei decimi. Il calcolo vale per quella distanza e quella visuale: a 70 metri la visuale da 122 centimetri appare più piccola all'occhio, e la richiesta cresce. Dei sette arcieri a cui lo studio ha misurato la vista durante il tiro, tutti con la correzione che usavano in gara, quattro portavano lenti a contatto, fra -1,25 e -7 diottrie.
Per il compound c'è poi una questione pratica. Un calcolo ottico del 2010, senza misure su arcieri, mostra che con la sola lente sul mirino il difetto non corretto si somma alla lente: un arciere miope di una diottria, con la lente a 80 centimetri dall'occhio, dovrebbe usare una lente da -5 diottrie e vedrebbe il bersaglio rimpicciolito invece che ingrandito. Gli autori suggeriscono quindi a chi è miope in modo significativo di correggere prima la vista, e l'affermazione che nel compound la lente del mirino va scelta sull'allungo e sulla vista dell'arciere è trasferita, perché si regge su un calcolo e nessun arciere ha guardato attraverso quelle lenti.
Percezione e attenzione: dove gli arcieri si distinguono
Se l'occhio dell'arciere non vede meglio, resta da capire se lo usa in modo diverso. Il risultato più pulito viene da un compito di mira senza arco. Dieci arcieri olimpici della squadra britannica, dieci arcieri di un club universitario con circa due anni di pratica e dieci studenti che non avevano mai tirato hanno fatto lo stesso esercizio al computer: tenere premuto un pulsante, alzare un mirino verso un bersaglio con un joystick, tenerlo al centro mentre il programma lo faceva tremare e lasciare il pulsante per tirare. I due gruppi di arcieri sbagliavano meno dei non arcieri, ma fra olimpici e arcieri di club la precisione non cambiava affatto, anche se gli olimpici tenevano lo sguardo fermo sul bersaglio più a lungo.
L'affermazione che chi tira con l'arco mira meglio anche in un compito senza arco è riportata. Il vantaggio sembra arrivare con i primi anni di pratica e poi fermarsi, oppure appartenere a chi sceglie di tirare, e con trenta persone viste una volta sola non si può dire quale delle due. Lo sguardo fermo prima del tiro, il quiet eye, ha una pagina sua: quiet eye e allenamento visivo.
Sul modo di giudicare lo spazio i risultati vanno in direzioni opposte. Una tesi di master irlandese del 2016 ha confrontato ventinove arcieri del ricurvo di buon livello con trenta persone che non tirano: nel dividere a metà una linea su carta gli arcieri sbagliavano molto meno, 0,26 millimetri contro gli 1,76 verso sinistra di chi non tira, distinguevano meglio il bersaglio dai distrattori in una ricerca visiva al computer e passavano in una porta stretta senza toccarla 19,55 volte su 20 contro 18,43. Dieci anni prima, in Francia, dieci arcieri non vedenti che cercavano al tatto il centro di un'asticella sbagliavano invece più di dieci uomini con una grave disabilità visiva che non tirano, con un errore medio di 1,23 contro 0,98, e spostavano il centro verso sinistra.
Sono due sensi diversi e due compiti lontani dalla mira, e con uno studio visivo a favore e uno tattile contro l'affermazione che gli arcieri esperti giudicano lo spazio con più precisione di chi non tira è contestata. Il risultato sul tatto ha anche una scheda sua, riportata: gli arcieri non vedenti non sono più precisi di chi non tira nel trovare al tatto il centro di un'asta.
È stato guardato perfino l'ammiccamento, in uno studio giapponese che voleva capire il kendo: in un compito al computer diciotto praticanti di kendo trattenevano il battito delle palpebre per tutto il primo secondo dopo lo stimolo molto più spesso di diciotto universitari di tiro con l'arco e kyudo, nel 18,2 per cento delle prove con risposta contro il 10,6, e negli arcieri l'ammiccamento non aveva legami con il livello di gara. L'affermazione che gli arcieri trattengono l'ammiccamento dopo uno stimolo meno dei praticanti di kendo è riportata, e descrive due gruppi di studenti in laboratorio, non il modo in cui un arciere tiene gli occhi in mira.
Il bersaglio che sembra più grande
Il solo legame che va nel verso atteso, più percezione e più punti, non riguarda quanto si vede ma come si vede. Uno studio coreano ha fatto tirare nove arcieri agonisti di sedici e diciassette anni, venticinque frecce a 50 metri su visuali di cinque diametri, da 60 a 100 centimetri, in ordine casuale. Dopo ogni freccia, con uno schermo che nascondeva dove era finita, l'arciere sceglieva su un cartoncino, fra diciotto miniature, quella che somigliava di più al bersaglio appena tirato.
A ogni diametro, in media, il bersaglio è sembrato più grande di com'era. Le miniature che ne riproducevano la grandezza apparente a 50 metri andavano da 12 a 20 millimetri, e quelle scelte in media da 15,44 a 24,07, con una sovrastima che cresceva con il diametro. Il punto, però, è il legame con le frecce: più il bersaglio sembrava grande, più alta era la freccia, con una correlazione di 0,54, e mettendo insieme il diametro reale e quello percepito restava legato al punteggio solo il secondo. I quattro arcieri con la media più alta sceglievano miniature più grandi dei quattro con la media più bassa, 20,50 contro 18,46 millimetri.
L'affermazione che gli arcieri che vedono il bersaglio più grande tirano meglio è riportata, e due limiti la tengono lì. Il primo è la direzione: il giudizio arrivava dopo il tiro, quindi può essere la buona freccia a far sembrare grande il bersaglio, una sensazione che chi tira conosce bene. Il secondo è che l'unica prova che ha spostato la percezione, sostenere il braccio dell'arco, è stata fatta su venti ragazzi che non avevano mai tirato: con il braccio sostenuto il bersaglio sembrava più grande di meno di un millimetro, e non a tutti, ma a undici su venti.
Dove si fermano gli studi
Questi studi hanno limiti comuni. Sono tutti confronti fatti in un solo momento, fra persone diverse o fra le frecce dello stesso arciere, e nessuno segue gli stessi arcieri nel tempo, per cui non si sa se le differenze di percezione vengano dal tiro o da chi sceglie di tirare. Sono piccoli: il più ampio ha i dati della vista di centodue arcieri ed è di quarant'anni fa, gli altri contano da sette a qualche decina di persone. Soprattutto, nessuno ha messo alla prova la domanda che interessa a chi porta gli occhiali, cioè se correggere un difetto di vista cambi il punteggio.
Lo stesso vale per gli esercizi visivi. L'unico esperimento di allenamento percettivo al computer su arcieri che arriva al punteggio sta in una rivista con criteri editoriali dubbi, e il registro lo riporta senza usarlo per lo stato: l'affermazione che l'allenamento percettivo-cognitivo al computer migliora il punteggio resta non studiata.
Cosa ne ricavo per la linea di tiro
Da questi dati non ricavo né un esercizio per gli occhi né un livello di vista sotto il quale non si tira bene, perché nessuno studio su arcieri sostiene l'uno o l'altro. Ne ricavo tre indicazioni più semplici.
La prima riguarda la correzione. Se con gli occhiali o le lenti che usi vedi nitido il bersaglio alla tua distanza, gli studi non danno motivo di inseguire decimi in più, perché nell'unico studio che l'ha misurata, fra arcieri che vedono abbastanza per tirare, l'acuità non separava i più forti dagli altri. Se invece non controlli la vista da anni, o il giallo alle distanze lunghe ti sembra meno netto di una volta, un controllo dall'oculista o dall'optometrista è la verifica più semplice che ci sia, visto che nell'unico conteggio circa un arciere su otto tirava con un difetto non corretto. Per chi tira con il compound conviene farlo prima di scegliere la lente del mirino, come suggeriscono gli autori del calcolo ottico.
La seconda riguarda gli occhiali in sé. Nessuno studio ha confrontato sul punteggio gli occhiali con le lenti a contatto, e nel piccolo gruppo giapponese quattro arcieri universitari su sette tiravano con le lenti a contatto. La scelta resta quindi una questione pratica, da provare in allenamento con il proprio ancoraggio e il proprio mirino, più che una questione di prestazione documentata.
La terza riguarda la sensazione del bersaglio grande. È tentante farne un obiettivo, e io non lo farei: lo studio non dice se è la percezione a guidare la freccia o la freccia a guidare la percezione, e l'unico modo trovato per spostarla vale meno di un millimetro su ragazzi che non tirano. Se nelle giornate buone il giallo ti sembra più largo, i dati dicono che quella sensazione si accompagna alle frecce migliori, non che si possa produrre a comando.