Chi tira da qualche anno conosce bene le proprie dita della corda. Il polpastrello dell'indice e del medio diventa più duro, a volte si forma un callo che si sente al tatto, e dopo una giornata lunga di frecce può capitare che le dita formicolino o facciano male per qualche ora. Chi tira nel kyudo conosce anche un altro callo, quello della mano dell'arco alla base del pollice. La domanda che mi sento fare è sempre la stessa: sono adattamenti normali di chi tira molto, oppure segnali di qualcosa da guardare?

Gli studi che hanno guardato le mani degli arcieri sono pochi e piccoli, e rispondono a pezzi. Sulla pelle del polpastrello c'è una misura su otto arcieri; sul callo della mano dell'arco un esame di trenta praticanti di kyudo fatto nel 1971; sui piccoli vasi delle dita un caso clinico e uno studio sul kyudo che non distingue la mano della corda dall'altra. Poi c'è il lato acuto, i tagli e i traumi, dove i numeri sono grandi ma contano persone molto diverse da chi tira in gara. La destrezza delle dita e la forza di presa stanno in un'altra pagina, sulla destrezza e la presa dell'arciere; qui resto sulla pelle, sui vasi e sugli infortuni.

La pelle del polpastrello

L'unica misura della pelle delle dita della corda viene da un laboratorio giapponese, nel 2007. Gli arcieri erano otto, universitari, con uno-tre anni di pratica, e sono stati confrontati con sei studenti che non tiravano. Con un durometro, lo strumento che misura quanto una superficie cede alla pressione, il polpastrello dell'indice della mano della corda risultava più duro negli arcieri: 49,3 contro 39,8 sulla scala dello strumento. È il dato più semplice di tutto il quadro, e va nella direzione di quello che ogni arciere sente toccandosi le dita, cioè che il callo della corda c'è e si può misurare.

Lo stesso studio aveva però una domanda in più, sulla sensibilità. Un getto d'aria premeva sul centro del polpastrello con forze fra 2 e 7 grammi, e i soggetti dovevano dire quando due pressioni erano diverse. La soglia differenziale, cioè la differenza più piccola che si riesce a riconoscere, era più alta negli arcieri, 0,63 contro 0,50, e tendeva a salire dove la pelle era più dura; gli autori ne deducono che a togliere finezza sia il callo più che un cambiamento dei nervi. Su quattordici persone, però, è un'associazione, che non può separare la pelle dal sistema nervoso. C'è anche un limite di disegno: nei controlli è stata misurata la mano destra, e non la mano dell'arco degli stessi arcieri, per cui nessun arciere fa da confronto a sé stesso.

Per questo nel registro l'affermazione che gli arcieri distinguono peggio le piccole differenze di pressione sul dito che traziona è riportata, con un solo studio. Il dato sulla durezza della pelle entra anche in una scheda più ampia, quella secondo cui nella mano della corda il tiro ripetuto cambia la pelle e il microcircolo delle dita, anch'essa riportata, che tiene insieme la pelle e i vasi.

Il callo della mano dell'arco

Sull'altra mano il dato è più vecchio e viene dal kyudo, il tiro con l'arco giapponese. Nel 1971 un gruppo di ortopedici ha mandato un questionario a 122 praticanti, fra i 18 e i 78 anni, e ha poi visitato e radiografato i trenta che segnalavano i disturbi più marcati. In quasi tutti questi trenta l'esame trovava un callo sulla mano sinistra, quella che tiene l'arco, nella zona che va dalla faccia interna dell'articolazione alla base del pollice fino allo spazio fra pollice e indice, cioè dove l'arco preme nella presa. Gli altri reperti alla mano erano pochi: sei casi di dolore all'abduttore lungo del pollice, un dito a scatto e una tenosinovite stenosante. Al questionario, invece, 53 dei 122 avevano segnalato disturbi a mano e dita, senza che lo studio dica quali.

Quel «quasi tutti» va letto con attenzione. Vale per trenta persone scelte perché avevano disturbi, non per i 122 del questionario e tanto meno per chi pratica kyudo in generale; lo studio non dà una percentuale e non dice dopo quanti anni di pratica il callo compaia. L'affermazione che nel kyudo si forma spesso un callo sulla mano dell'arco è quindi riportata, con un solo studio descrittivo. Il dato non si porta da solo al ricurvo olimpico, dove l'impugnatura è sagomata e la mano spinge con il palmo in un altro modo, e nel tiro alla targa il callo della mano dell'arco non è stato misurato.

I piccoli vasi delle dita

La parte più delicata riguarda la circolazione. Il dato più chiaro è un caso descritto nel 2020 da un gruppo dell'Università dell'Aquila: un'arciera compound di sedici anni, con cinque anni di pratica, tre ore al giorno per tre giorni a settimana più una gara, un arco da 48 libbre e cento-duecento frecce per seduta. Da circa due anni aveva dolore alle mani, peggiorato nell'ultimo anno soprattutto dopo le gare e gli allenamenti lunghi, e la mano destra gonfia. Gli esami per le malattie autoimmuni e vascolari erano tutti negativi, e la risonanza delle mani e l'ecodoppler delle braccia non mostravano alterazioni.

La capillaroscopia, che guarda con un microscopio i capillari nella piega alla base dell'unghia, ha trovato invece qualcosa di preciso. Nelle dita alterate le anse dei capillari erano dilatate, con il tratto di ritorno largo 35 micron contro un intervallo normale di 8-20, e c'erano piccole emorragie, un flusso granulare e un po' di edema. Il numero dei capillari e la loro disposizione erano nella norma, per cui cambiavano il calibro e la forma dei vasi, non la quantità. Soprattutto, le alterazioni stavano solo su indice, medio e anulare della mano della corda, le tre dita che agganciano la corda, mentre il mignolo e tutte le dita esaminate della mano dell'arco erano normali.

FIG · 01 Le alterazioni seguivano le dita della corda Capillaroscopia di un'arciera compound di 16 anni · mani viste dal dorso Mano dell'arco (sinistra) Mano della corda (destra) mignolo anulare medio indice pollice pollice indice medio anulare mignolo capillari dilatati, con microemorragie normali non esaminato Tratto efferente dei capillari, in micron Dita della corda alterate 35 0 10 20 30 40 Banda grigia: intervallo normale, 8-20. Numero dei capillari nella norma, esami autoimmuni negativi.
Fig. 01 Ogni cerchio è la piega dell'unghia di un dito, il punto in cui la capillaroscopia guarda i capillari. L'esame ha riguardato indice, medio, anulare e mignolo delle due mani; il pollice non è stato esaminato. In basso il calibro del tratto efferente dei capillari nelle dita alterate, accanto all'intervallo normale riportato dallo studio. È un caso solo. Dati ridisegnati dal testo e dalla tabella dello studio.

Questa distribuzione è l'argomento più forte per legare il quadro al gesto, perché una malattia generale non sceglie tre dita di una mano sola. Resta però un caso solo, e gli autori, una volta escluse le altre cause, scrivono di supporre che le alterazioni vengano dallo sforzo muscolare e dalle vibrazioni a cui le dita sono sottoposte nel tiro. Il caso non dice quanto spesso succeda, né se succeda anche a chi tira con un libbraggio minore o con meno frecce.

L'altro studio sui vasi viene di nuovo dal kyudo, ed è del 2004. Sette praticanti universitari sono stati confrontati con altri gruppi di arti marziali misurando come cambia l'ampiezza della pulsazione registrata nei vasi delle dita quando si alza il braccio: nel kyudo la risposta era più debole che nei maestri di kendo, 137 contro 233 per cento della posizione all'altezza del cuore. La differenza però c'era con entrambe le braccia, i maestri avevano in media 43,7 anni contro studenti universitari, e abbassando il braccio né la disciplina né la mano facevano differenza: lo studio dice qualcosa sul gruppo, e niente sulla mano della corda in particolare. Aggiunge anche un dettaglio: immaginando una situazione di tensione, i vasi delle dita si restringevano senza che frequenza cardiaca e respiro cambiassero in modo significativo, anche negli arcieri.

Messi insieme, i tre studi spiegano perché l'affermazione sulla mano della corda sia riportata e non di più: le dita che tengono la corda cambiano, nella pelle e almeno in un caso nei vasi, ma i campioni sono minimi e ciascuno studio guarda un pezzo diverso. Quanto spesso succeda, e dove finisca l'adattamento e cominci il danno, gli studi non lo dicono.

Quando ci si fa male all'improvviso

Il lato acuto ha numeri molto più grandi, e una storia diversa secondo chi si conta. Nei pronto soccorso degli Stati Uniti, dal 2013 al 2022, gli accessi per il tiro con l'arco sono circa 43.000 secondo la stima nazionale, e raccontano una storia di dita: negli uomini il dito è la sede nel 66,2% dei casi e la mano nel 17,1%, la lesione più comune è il taglio, al 58,1%, e nessuno è stato ricoverato. Nelle donne l'archivio segna il 100% di tagli al dito, un dato che gli stessi autori trattano come un limite e non come un risultato. Quell'archivio, però, raccoglie chiunque si sia fatto male con arco e frecce, a casa come in una fattoria o a scuola, senza dire se tirava in gara, e negli uomini il picco degli accessi cade fra i 10 e i 19 anni.

Fra gli agonisti il quadro cambia. In 62 arcieri di livello nazionale ed europeo, interrogati al campionato tedesco e a un campionato europeo su tutta la carriera, gli infortuni acuti sono sei: quattro ematomi al braccio, un taglio alla mano da una freccia rotta e uno alla testa, con cinque casi su sei causati dalla rottura di arco, freccia o corda durante il tiro, e tutti lievi. In 239 arcieri della Florida, raggiunti alle gare e nei club, i casi acuti sono sette, fra lividi, un taglio, bruciature all'avambraccio e un pollice rotto, e lo studio non li conta per sede.

FIG · 02 Dove colpiscono gli infortuni acuti Due archivi che contano persone diverse Pronto soccorso degli Stati Uniti, 2013-2022, uomini Dito 66,2% Mano 17,1% Volto 6,2% Spalla 5,4% Piede 5,1% 0 20% 40% 60% 62 arcieri di livello nazionale ed europeo, tutta la carriera Braccio 4 ematomi Mano 1 taglio da una freccia rotta Testa 1 Cinque dei sei nascono dalla rottura di arco, freccia o corda durante il tiro.
Fig. 02 In alto le sedi degli accessi al pronto soccorso statunitense per il tiro con l'arco negli uomini, su circa 35.000 casi stimati; nelle donne l'archivio segna il 100% al dito, un dato che gli autori trattano come un limite, ed è per questo che il grafico mostra gli uomini. In basso i sei infortuni acuti che 62 arcieri di livello nazionale ed europeo ricordano di tutta la carriera, un quadrato per infortunio. Dita e mano sono in evidenza perché sono la sede di cui parla l'affermazione. Dati ridisegnati dal testo dei due studi.

Una rassegna del 2021 sugli sport olimpici ha ripreso lo studio sui 62 agonisti e ha scritto che negli arcieri l'83,3% degli infortuni acuti sono fratture. Nell'originale quell'83,3% è la quota causata dalla rottura dell'attrezzatura, cioè cinque casi su sei, per cui la rassegna non aggiunge dati e il quadro degli agonisti resta quello di sei casi con il braccio in testa.

Gli studi, quindi, vanno in direzioni opposte, e l'affermazione che gli infortuni acuti del tiro con l'arco colpiscono soprattutto dita e mano è contestata. La differenza sembra stare nelle persone contate più che nel gesto: il pronto soccorso vede chiunque si sia ferito con arco e frecce, in qualunque contesto, mentre gli studi sugli agonisti vedono pochi incidenti, quasi tutti legati all'attrezzatura. Le dita pesano poco anche fra i disturbi che vengono dal carico ripetuto. Fra gli arcieri della Florida che si erano fatti male, quasi tutti per sovraccarico, le dita erano coinvolte nel 12,9% dei casi, e fra i 62 agonisti il dito valeva il 3,9% degli infortuni da sovraccarico, mentre in tutti e due i campioni in testa c'era la spalla. Sono due dei campioni su cui poggia l'affermazione, riportata nel registro, che nel tiro con l'arco la spalla sia la sede più frequente degli infortuni da sovraccarico. Il quadro completo sta nell'articolo sugli infortuni nel tiro con l'arco.

Sulla freccia che si rompe c'è anche una prova di laboratorio, fatta su aste in alluminio da kyudo compresse di punta: cedono, si spezzano esattamente a metà e lasciano bordi metallici affilati. Su questa prova il registro scrive che un'asta che cede di punta al rilascio si spezza a metà e lascia bordi taglienti, con lo stato riportato; le aste in carbonio da tiro alla targa non sono state provate.

Dove si fermano gli studi

Tutti questi dati sono fotografie scattate una volta. Nessuno ha seguito gli stessi arcieri negli anni per vedere quando si forma il callo della corda, se cresce con il numero di frecce o con il libbraggio, o se cambia con il tipo di patella o di guanto. La capillaroscopia di un'arciera sola non dice quanti arcieri abbiano i capillari delle dita alterati, e il formicolio delle dita dopo una giornata lunga, come sintomo, negli studi sugli arcieri non è stato contato. Sul lato acuto i numeri grandi vengono da un archivio che non distingue chi tira in gara, mentre quelli sugli agonisti si fermano a pochi casi ricordati a distanza di anni.

Che cosa ne ricavo sulla linea di tiro

Il callo delle dita della corda è il cambiamento meglio documentato, ed è anche quello che dà meno pensieri: pelle più dura sulle dita che agganciano la corda, con una sensibilità alle piccole differenze di pressione un po' meno fine e, secondo gli autori dello studio giapponese, più stabile da un giorno all'altro. Nessuno ha mostrato che questo cambi il rilascio, in meglio o in peggio, per cui non lo vedo né come un problema da correggere né come un traguardo da cercare.

Il caso dell'arciera compound mostra invece che cosa accompagnava, almeno in quel caso, un cambiamento che non era più un semplice adattamento: dolore alle mani da due anni, peggiorato dopo le gare, una mano gonfia e alterazioni concentrate sulle tre dita che agganciano la corda. Sono cose che gli studi non descrivono come normali, e quel quadro l'hanno riconosciuto dei medici con un esame specifico. Per questo, quando le dita della corda fanno male a lungo o si gonfiano, il riferimento è il medico e non un articolo. Quello che i dati permettono di dire è che il carico di quell'arciera era alto, e che le alterazioni seguivano la presa della corda.

Sul lato acuto, fra gli agonisti gli incidenti nascono quasi tutti da un pezzo di attrezzatura che si rompe. Gli autori dello studio tedesco raccomandano di controllare l'attrezzatura prima e dopo il tiro, e per le frecce questo vuol dire guardare l'asta dopo ogni urto; quanti incidenti eviti non l'ha misurato nessuno, ma è un controllo che richiede pochi secondi. Gli autori dello studio americano suggeriscono invece patelle, guanti e parabraccio, anche loro senza averne misurato l'effetto sui tagli.