Fra gli arcieri gira da decenni un'idea precisa: chi tira bene fa partire la freccia fra un battito e l'altro, quando il cuore è in pausa e il corpo con lui. A pieno allungo, con il clicker vicino, il battito rimbomba nel petto e sembra muovere il mirino, e di solito l'idea viene raccontata insieme ad altre due: nei secondi di mira il cuore dell'arciere esperto rallenta, e un battito più basso al momento del tiro vale qualche punto in più.

Sono tre affermazioni diverse, misurate con elettrocardiogrammi, cardiofrequenzimetri letti secondo per secondo, un esperimento con il battito in cuffia e uno con un farmaco, e il risultato non è lo stesso per le tre: il rallentamento prima del rilascio è contestato, il legame fra battito basso e punteggio pure, e il vantaggio della diastole poggia su un solo studio, del 2009.

Perché il cuore dovrebbe entrare nel tiro

Il ragionamento che sta dietro alla regola è meccanico. A ogni contrazione il cuore spinge il sangue nelle arterie e l'onda arriva fino alle braccia; se l'arciere tiene la mira immobile per qualche secondo, ogni battito sarebbe una piccola scossa, e rilasciare nella pausa fra due scosse dovrebbe dare frecce più raccolte. Il ciclo del cuore, del resto, ha due fasi: la sistole, quando il ventricolo si contrae e spinge, e la diastole, quando si rilassa e si riempie. La pausa di cui parlano gli arcieri è la diastole.

Accanto a questa c'è una seconda lettura, che gli studi sugli arcieri prendono dalla psicofisiologia: secondo quel filone, quando ci si prepara a un gesto preciso o a cogliere uno stimolo il cuore rallenta negli istanti prima, e il rallentamento è il segno di un'attenzione che si stringe. Nessuna delle due, però, dice quanto pesi il battito sul punto d'impatto: per saperlo bisogna misurare il cuore nel momento del tiro, e qui le misure vanno in direzioni diverse.

Il battito nei secondi prima del rilascio

Il primo studio che ha messo l'elettrocardiogramma accanto al rilascio è australiano, del 1990: quattro arcieri d'élite, 240 frecce in due sessioni, ciascuna classificata come buona, media o cattiva. Prima delle frecce buone l'intervallo fra un battito e l'altro si allungava in tutti e quattro, a partire da almeno sei battiti prima del rilascio, cioè il cuore rallentava; con alcune frecce medie o cattive succedeva il contrario, e l'intervallo si accorciava avvicinandosi al rilascio, per esempio da 678 a 558 millesimi di secondo. Lo stesso studio non trovava invece differenze nella frequenza media durante la mira: a distinguere le frecce era l'andamento degli ultimi battiti, non il loro livello.

Nello stesso anno un altro gruppo ha registrato battito ed elettroencefalogramma in ventotto arcieri d'élite, sedici tiri a testa a 45 metri, e ha trovato l'opposto. Nei 3-4 secondi prima del rilascio il battito non rallentava ma accelerava, da 100,7 a 104,2 al minuto, e la media durante il tiro era la stessa che gli arcieri avevano tenendo l'arco in trazione senza tirare, 104,4 contro 103,0. Gli autori lo leggevano come l'effetto dello sforzo di tenere in trazione 14-22 chili, che avrebbe coperto il rallentamento legato all'attenzione; è un'interpretazione, e lo studio non la mette alla prova.

Nel 2015 otto arcieri esperti croati, quattro del compound e quattro del ricurvo, hanno tirato quindici frecce a testa a 18 metri, con un cardiofrequenzimetro sincronizzato con il video del rilascio. Nei compound il battito saliva di continuo, da 107,6 al minuto due secondi prima del rilascio a 112,9 un secondo dopo; nei ricurvisti scendeva di un terzo di battito fra il secondo e il primo secondo prima, da 101,1 a 100,8, e poi risaliva fino a 104,7. Lo studio è piccolo, non fa test sull'andamento nel tempo ed è uscito in una rivista regionale, ma nei due secondi che contano la discesa non si vede.

Le misure a favore vengono da un gruppo indiano. Nel 2020 sette arcieri d'élite, quattro del compound e tre del ricurvo, hanno tirato 210 frecce a 18 metri con la frequenza registrata secondo per secondo, da cinque secondi prima a cinque dopo il rilascio: la discesa fino a un secondo dopo il rilascio era netta e statisticamente significativa, il punto più basso arrivava due secondi dopo, e la risalita successiva non raggiungeva la significatività. Nel 2025 lo stesso gruppo ha misurato trentadue arcieri, quindici d'élite e diciassette no, in due sessioni da trenta frecce: il battito scendeva in tutte e due, ma il rallentamento più forte cadeva due o tre secondi dopo il rilascio, nel follow-through, a freccia già partita.

FIG · 01 Attorno al rilascio il battito non fa la stessa cosa Direzione del battito nelle finestre misurate da ciascuno studio rilascio 1990 · 4 d'élite misura in battiti, non in secondi ciclo più lungo da almeno 6 battiti prima, frecce buone 1990 · 28 d'élite 16 tiri a testa, 45 m accelera da 100,7 a 104,2 battiti al minuto 2015 · 4 compound 15 frecce a testa, 18 m sale da 107,6 a 112,9 2015 · 4 ricurvo 15 frecce a testa, 18 m da 101,1 a 100,8, poi risale a 104,7 2020 · 7 d'élite 210 frecce, 18 m scende, minimo a +2 s; risalita non significativa 2025 · 32 arcieri 15 d'élite, 2 sessioni da 30 rallentamento massimo a +2 e +3 s, poi risale -5 -3 -1 0 +1 +3 +5 secondi rispetto al rilascio il battito rallenta il battito accelera punto più basso Tratti schematici: danno la direzione, non l'ampiezza. Gli studi del 2020 e del 2025 vengono dallo stesso gruppo.
Fig. 01 Ogni riga è uno studio su arcieri, e il tratto copre la finestra di tempo che quello studio ha misurato; i tratteggiati indicano una misura in battiti invece che in secondi (prima riga) o una risalita non significativa (quinta riga). Nel 2015 i punti sono le quattro letture, a due e a un secondo prima del rilascio, al rilascio e un secondo dopo. Dati ridisegnati dal testo e dalle tabelle degli studi.

Messi in fila, questi studi non dicono che il cuore dell'arciere rallenti prima del rilascio. Dicono che attorno al rilascio il battito tende a scendere in parecchie misure, che il punto più basso arriva spesso dopo il tiro, e che nello studio più ampio su arcieri d'élite negli ultimi secondi di mira il battito accelerava. Un minimo che cade a freccia partita potrebbe essere semplicemente la fine dello sforzo di trazione, più che una preparazione dell'attenzione, e i due studi recenti a favore vengono dallo stesso laboratorio, per cui non si confermano l'un l'altro. Per questo l'affermazione che il cuore dell'arciere rallenta nei secondi che precedono il rilascio è contestata.

Un battito più basso fa più punti?

Su questa domanda la ricerca si divide in due, e la linea passa fra gli studi che osservano gli arcieri come sono e quelli che cambiano il loro battito per vedere che cosa succede.

Fra le osservazioni, diverse vanno nella direzione della regola. Nel 2025, in quarantacinque arcieri tradizionali turchi, chi aveva la frequenza media più bassa mentre tirava cinque frecce faceva punteggi più alti, con una correlazione forte nelle donne e moderata negli uomini; nello stesso anno, in trentadue arcieri indiani, il battito in mira, al rilascio e nel follow-through era legato al punteggio nella stessa direzione. Sono però confronti fra persone diverse, e nello studio indiano il confronto dentro gli stessi arcieri va altrove: nella seconda sessione il battito medio era più basso e il punteggio è rimasto praticamente identico, 279,4 e 279,5 su 300.

Dove le frecce sono state confrontate una per una, poi, la relazione non è una linea. Nei sette arcieri d'élite indiani del 2020 le frecce da 8 partivano con un battito più alto di circa otto al minuto rispetto a quelle da 9, ma fra le frecce da 9 e quelle da 10 il battito non distingueva nulla, anzi andava di meno di un battito nella direzione contraria, e le frecce da 8 erano sette su 210. Nel compound dello studio croato i 10 partivano con il battito più alto di tutti, 118,5 al minuto al rilascio contro 110,1 dei 9 e 101,3 degli 8, un risultato che gli autori stessi non si aspettavano; lì le frecce dei quattro arcieri erano analizzate insieme, quindi il confronto mescola frecce e persone.

Gli esperimenti sono pochi, e vanno tutti dall'altra parte. Tredici arcieri d'élite di livello internazionale hanno tirato a 18 metri dopo una corsa che aveva portato il battito intorno a 166-168 al minuto, e il punteggio non è cambiato rispetto ai tiri a riposo. In quindici arcieri delle squadre nazionali turche, con un disegno randomizzato in doppio cieco e un placebo, due beta-bloccanti hanno abbassato la frequenza durante il tiro del 12,8 e dell'8,6 per cento, e non sono migliorati né il punteggio, né l'oscillazione del punto di mira negli ultimi decimi di secondo prima del rilascio, né quella del corpo. Sono farmaci vietati agli arcieri, e la convinzione diffusa è che lo siano perché rallentano il cuore e fermano la mira; su questa prova, che è l'unica controllata su arcieri, l'affermazione che i beta-bloccanti migliorano la precisione nel tiro con l'arco è contraddetta.

Le osservazioni dicono quindi di sì e gli esperimenti di no, e l'affermazione che una frequenza cardiaca più bassa al momento del tiro migliora il punteggio è contestata. Il modo più prudente di tenere insieme le due cose è che il battito che scende accompagni un buon tiro senza esserne la causa: un arciere più esperto, o semplicemente più a suo agio in quella sessione, può avere insieme un cuore più lento e frecce migliori, senza che una cosa produca l'altra. Nessuno di questi studi, però, mette alla prova questa spiegazione.

Rilasciare in diastole

Resta la regola da cui siamo partiti, la più specifica. Lo studio australiano del 1990 aveva già guardato in che punto del ciclo cardiaco cadeva il primo movimento delle dita al rilascio. Nelle frecce buone non cadeva a caso, ma si raccoglieva in due momenti: il tratto dell'elettrocardiogramma che corrisponde alla massima contrazione, in sistole, oppure la metà del ciclo, in diastole; nelle frecce medie e cattive era sparso. È un risultato che parla di costanza, perché le frecce buone partivano in un momento ricorrente del battito, ma non mette la diastole davanti alla sistole, visto che uno dei due momenti stava proprio nella fase che la regola vorrebbe evitare.

Il confronto diretto è arrivato nel 2009, da un gruppo giapponese. Trentasei arcieri esperti fra i 16 e i 24 anni hanno tirato sei frecce a 50 metri in due condizioni, in ordine bilanciato: una normale e una con il proprio battito in cuffia. Senza nessun segnale il rilascio cadeva quasi a caso rispetto al cuore, 102 frecce in diastole e 114 in sistole su 216, per cui gli arcieri non sincronizzavano il rilascio da soli. Le frecce partite in diastole, però, valevano di più: 7,3 punti a freccia contro 6,8 senza cuffia, 7,6 contro 6,9 con la cuffia, e la differenza fra le due fasi reggeva l'analisi statistica. Un secondo gruppo dello stesso lavoro, dodici universitari, ha ritrovato l'effetto della fase.

La differenza è di circa mezzo punto a freccia, e poggia su un solo studio, con sei frecce per condizione e pubblicato in una rivista regionale. Per questo l'affermazione che le frecce rilasciate in diastole fanno punteggi più alti è riportata: il risultato a favore c'è, e nessuno l'ha ancora replicato.

Il battito in cuffia

Lo stesso esperimento guardava che cosa succede se l'arciere sente il proprio cuore mentre tira. Con il battito in cuffia le frecce in diastole passavano da 102 a 139 su 216, il totale delle sei frecce saliva da 42,3 a 44,4 punti su 60, e il tempo di tiro oscillava meno da una freccia all'altra, con un coefficiente di variazione sceso dal 16,7 al 12,5 per cento mentre il tempo medio restava lo stesso. Con un metronomo a 90 colpi al minuto al posto del battito, provato sui dodici universitari, non cambiava niente: né il punteggio, né il tempo di tiro, né le frecce in diastole.

FIG · 02 Il battito in cuffia spostava i rilasci in diastole 36 arcieri esperti, 6 frecce a 50 m per condizione, 216 frecce in tutto per condizione Frecce rilasciate in diastole e in sistole Senza segnale 102 in diastole · 114 in sistole Con il battito in cuffia 139 in diastole · 77 in sistole Punti medi per freccia Senza segnale 7,3 6,8 Con il battito in cuffia 7,6 6,9 0 5 10 rilascio in diastole rilascio in sistole Totale delle sei frecce: 42,3 punti su 60 senza segnale, 44,4 con il battito in cuffia.
Fig. 02 In alto, come si dividevano fra le due fasi del ciclo cardiaco le 216 frecce di ciascuna condizione. In basso, il punteggio medio delle frecce partite in ciascuna fase: il vantaggio della diastole è simile nelle due condizioni, e a cambiare con la cuffia è soprattutto il numero di frecce che partono in diastole. Dati ridisegnati dal testo e dalle tabelle dello studio.

Lo studio non riesce a separare le cause di questo guadagno. Il vantaggio della diastole era simile con e senza cuffia, per cui il guadagno passa dal numero di frecce partite in diastole e non da una diastole che vale di più; nello stesso momento, però, i tempi di tiro diventavano più regolari, che è un'altra strada per fare punti, e quale delle due cose porti il guadagno lo studio non lo dice. L'affermazione che ascoltare il proprio battito durante il tiro aumenta il punteggio è riportata per le stesse ragioni della precedente: uno studio solo, due prove da sei frecce, nessuna replica. A sei arcieri su trentasei, del resto, il battito in cuffia dava fastidio, mentre dodici lo trovavano gradevole.

La variabilità del battito in mira

Accanto alla frequenza c'è la variabilità, cioè quanto cambia l'intervallo fra un battito e l'altro, che di solito si legge come indice dell'attività del sistema parasimpatico. A porre la domanda per primo è stato un riassunto di congresso taiwanese del 2008: in sedici arcieri pre-élite, confrontando per ciascuno le tre frecce migliori e le tre peggiori di una gara simulata, nelle migliori la componente che si lega al parasimpatico era più alta. Il riassunto, però, non riporta un solo valore né un test.

Lo studio completo arrivato dopo, su diciassette arcieri adolescenti in una gara indoor a 18 metri, con la variabilità calcolata nei venti secondi prima di ogni rilascio, ha trovato il contrario: il punteggio della freccia saliva un poco con la componente che di solito si legge come simpatica, e negli esperti l'aumento della componente parasimpatica dalla prima alla seconda freccia della volée andava insieme a un calo del punteggio. Gli effetti erano piccoli, e il modello, che conteneva anche il tempo impiegato per tirare, spiegava l'11,8 per cento della variazione del punteggio. Nel 2019, in trenta principianti turchi, chi aveva il rapporto più alto fra le due componenti era anche più preciso, ma lì il confronto era fra arcieri e su tutta la sessione, non fra le frecce.

A rendere la questione più difficile è la misura stessa. La componente ad alta frequenza dipende da come si respira, e in mira l'arciere controlla il respiro; il rapporto fra le due componenti, poi, non misura l'equilibrio fra simpatico e parasimpatico come si è creduto a lungo. L'indicazione di usare altri indici viene dalla psicofisiologia e nel registro è trasferita, perché sugli arcieri nessuno ha confrontato gli indici fra loro. Per ora l'affermazione che nelle frecce migliori l'attività parasimpatica in mira è più alta è contestata. Della variabilità come strumento per seguire il recupero e il carico parla un articolo a parte.

Dove si fermano le misure

Quello che sappiamo sull'istante del tiro viene da campioni piccoli: quattro, otto e sette arcieri negli studi che confrontano il battito fra frecce di valore diverso, trentasei nell'unico studio che mette a confronto diastole e sistole. Le misure sono state prese quasi tutte in allenamento o in gare simulate, spesso al chiuso a 18 metri, e i due studi recenti che vedono la discesa del battito vengono dallo stesso laboratorio. Anche il presupposto meccanico della regola, cioè che il battito muova il mirino, è stato messo alla prova solo in modo indiretto: abbassando la frequenza con un farmaco, l'oscillazione del punto di mira negli ultimi decimi di secondo prima del rilascio è rimasta quella del placebo.

Alcune domande, poi, nessuno le ha ancora messe alla prova. Nessuno ha allenato un gruppo di arcieri a rilasciare in diastole per qualche settimana, confrontandolo con un gruppo che non lo faceva, e nessuno ha ripetuto l'esperimento del battito in cuffia con più frecce, in gara o alle distanze olimpiche.

Cosa ne ricavo per il campo

Ne ricavo tre indicazioni prudenti, perché nessuna viene da un esperimento che abbia cambiato qualcosa nell'arciere e misurato i punti su molte frecce.

La prima riguarda il tentativo di sentire il battito e aspettare la pausa. Senza un segnale esterno gli arcieri giapponesi rilasciavano in diastole più o meno una volta su due, cioè a caso, e la quota è salita solo quando hanno avuto il battito in cuffia. Cercare la pausa fra due battiti a orecchio, durante la mira, mi sembra un compito in più per l'attenzione proprio quando dovrebbe stare sul bersaglio e sul gesto, e per quello che sappiamo il guadagno è di circa mezzo punto a freccia, misurato in uno studio solo. Io non lo inseguirei.

La seconda riguarda il battito alto. Che in gara il cuore batta più in fretta che a riposo è riportato in tutti gli studi che l'hanno misurato, e i dati non dicono che questo costi punti di per sé: tredici arcieri internazionali con il cuore a 166-168 hanno fatto gli stessi punti che a riposo, e abbassarlo con un farmaco non ne ha aggiunti. Il lavoro sulla calma ha le sue ragioni, nella routine pre-tiro come nel respiro, ma lo giudicherei da quello che succede alle frecce, non dal numero del cardiofrequenzimetro.

La terza riguarda la regolarità. Nell'esperimento del battito in cuffia, insieme ai punti, migliorava la costanza del tempo di tiro, e nello studio australiano a distinguere le frecce buone era un momento ricorrente del ciclo, qualunque fosse. È il tema della ripetibilità del gesto, e se qualcuno vuole provare il battito in cuffia in allenamento, guarderei insieme il punteggio e il tempo di ogni tiro, su molte volée e non su sei frecce, sapendo che l'unica prova che abbiamo è quella di un gruppo di trentasei arcieri giapponesi.