Si arriva sulla linea, si incocca, e la prima freccia della volée sembra quasi sempre quella che parte meglio: il bersaglio è ancora vuoto, il tempo c'è tutto e non c'è nessun punteggio da difendere. Al campo questa sensazione è diventata una regola, e ne accompagna un'altra che riguarda lo stesso momento: se si arriva alla piazzola col fiato corto, dopo la camminata al bersaglio o una salita nel percorso, conviene aspettare che il respiro si calmi prima di tirare. Le due regole portano alla stessa domanda pratica, cioè se la prima freccia vada tirata subito o se valga la pena prendersi del tempo.
Su tutte e due le misure sono poche. Che la prima freccia faccia più punti delle successive lo ha trovato uno studio su dieci arcieri adolescenti, mentre diciotto arcieri d'élite danno un quadro diverso, e per questo nel registro l'affermazione è contestata. Sul fiato corto c'è un solo abstract di congresso, che misura la prima freccia dopo una corsa ma non la mette accanto a una prima freccia tirata a riposo, e l'affermazione è non studiata. Attorno a queste due domande ci sono alcuni dati vicini, sul tempo che ogni arciere si prende per freccia e sul battito alzato dalla corsa, che aiutano a capire fin dove si può arrivare.
La prima freccia in una gara indoor
Il dato a favore viene da una gara disputata. Un gruppo greco ha seguito diciassette arcieri maschi adolescenti durante una competizione indoor con il regolamento FITA: venti volée da tre frecce in due minuti a 18 metri, divise in due serie da dieci con mezz'ora di pausa in mezzo. Dieci erano esperti, con circa quattro anni di pratica e un'età media di sedici anni e mezzo; sette erano principianti, con pochi mesi di pratica e un'età media di quattordici. Lo studio guardava soprattutto il cuore, con un cardiofrequenzimetro che registrava battito per battito, ma annotava anche il punteggio di ogni freccia e la sua posizione nella volée.
Negli esperti la seconda freccia faceva meno punti della prima, con un p sotto 0,05, e la terza ne faceva ancora meno, con un p sotto 0,001. Nei principianti questo calo non è riportato. Lo studio non pubblica i punteggi assoluti, per cui non si sa quanti punti valga la differenza, e tratta le circa mille frecce come osservazioni indipendenti, anche se venivano da diciassette persone che ne hanno tirate sessanta a testa: è un modo di fare i conti che tende a far sembrare le differenze più solide di quanto il campione permetta. Dentro la volée, poi, il cuore degli esperti e quello dei principianti si comportavano in modo diverso, con gli indici della variabilità del battito che andavano in direzioni opposte, e gli autori non legano il calo del punteggio a una causa precisa.
Sei frecce in diciotto arcieri d'élite
Il secondo dato non nasce per rispondere a questa domanda. Uno studio bulgaro del 2025 misurava la posizione delle spalle in diciotto arcieri d'élite mentre tiravano sei frecce al chiuso, a 18 metri su un trispot verticale da 40 centimetri, e in una tabella riporta il punteggio medio di ogni freccia: 8,3 la prima, 7,5 la seconda, 8,5 la terza, poi 8,0, 7,7 e 7,6. La prima freccia non è la più alta, perché la terza la supera, e lungo le sei frecce la media resta sostanzialmente ferma. Le frecce fuori dalla zona di punteggio, contate su tutti e diciotto gli arcieri, sono nessuna alla prima, una alla seconda e una alla terza, e due in ciascuna delle ultime tre.
È un dato debole, e il registro lo tratta come tale: solo statistica descrittiva, nessun test sull'ordine delle frecce, una rivista regionale. L'articolo non dice nemmeno se le sei frecce fossero una volée sola o due da tre, come si tira di solito al chiuso, per cui non si sa quale freccia fosse la prima di ciascuna volée. Letto nel modo più prudente, però, è un risultato su arcieri d'élite che non va nella direzione della regola, e con uno studio a favore e uno contro l'affermazione che nella volée la prima freccia fa più punti delle successive è contestata dal 2025.
I due studi, del resto, non permettono di separare due spiegazioni diverse dello stesso fenomeno. Se le ultime frecce di una volée vanno peggio, può essere che la prima abbia qualcosa in più, perché si tira con calma e a bersaglio vuoto, oppure che le ultime abbiano qualcosa in meno, perché il tempo si accorcia e si tira con un po' di fretta. È una lettura alternativa che nessuno ha ancora messo alla prova, e per l'arciere non è un dettaglio: nel primo caso il problema sarebbe ripetere la prima freccia, nel secondo gestire il cronometro.
Allargando lo sguardo dalla volée al match, la gara d'élite racconta un'altra cosa ancora. Nei match di World Archery fra il 2013 e il 2019 finiti allo spareggio, 3.645 prestazioni di arcieri adulti confrontati con sé stessi, il secondo set si tirava lo 0,3 per cento più alto del primo; nei match chiusi in cinque set la media per freccia passava da 9,138 nel primo set a 9,151 nel secondo. È una domanda diversa, perché riguarda il set e non la singola freccia, e lo scarto si misura in centesimi di punto, ma nel registro l'affermazione che nel match il primo set si tira un po' più basso del secondo è riportata. In gara, almeno su quella scala, l'inizio non è il momento più alto, e lo studio non dice perché.
Il tempo che ogni freccia si prende
La domanda dell'arciere, tirare subito o prendersi tempo, ha una parte che questi studi toccano solo di lato. Nella gara greca il tempo di ogni tiro era misurato dal momento in cui l'arciere metteva la mano nella faretra fino al rilascio, e gli esperti ne impiegavano in media 28,1 secondi contro i 20,2 dei principianti. Fra tutte le misure, il tempo di tiro era quella più legata al punteggio della freccia, più degli indici del cuore; il modello, però, spiegava circa il 12 per cento della variazione del punteggio e metteva insieme esperti e principianti, per cui dice soprattutto che chi tira meglio si prende più tempo, non che prendersene di più faccia tirare meglio.
Sulla durata della mira, poi, gli studi non vanno d'accordo. In un esperimento britannico otto arcieri d'élite del ricurvo, costretti a tenere la mira il triplo del loro tempo abituale, scendevano da 8,60 a 7,75 punti per freccia a 70 metri, con le condizioni sempre nello stesso ordine e quindi con la fatica che si somma alla durata. In sedici giovani arcieri malesi, su 576 frecce a 70 metri, la durata della mira non diceva invece niente sul punteggio della singola freccia, e in otto arcieri francesi di alto livello il legame cambiava da un arciere all'altro, in direzioni opposte. Per questo l'affermazione che tenere la mira troppo a lungo peggiora il tiro è contestata, e il tempo adatto, se c'è, sembra una misura personale più che una regola.
Su un punto, invece, il dato va in una direzione sola. In Giappone quarantotto arcieri con esperienza, fra liceali, universitari e adulti, hanno tirato a 50 metri prove da sei frecce con quaranta secondi per freccia, e tutti hanno chiuso ogni tiro dentro il limite, con tempo che ad alcuni avanzava. È la base su cui il registro riporta che il tempo di tiro non mette in difficoltà l'arciere esperto, con due limiti: le prove erano brevi e fatte sul campo di allenamento, e il caso di chi sotto pressione allunga i tempi non è stato studiato. Quaranta secondi per freccia sono anche quelli della volée indoor da tre frecce in due minuti.
Arrivare in linea con il fiato corto
La seconda convinzione riguarda il respiro. Nel tiro di campagna e nel 3D si arriva alla piazzola dopo una camminata, a volte in salita, e anche nel tiro alla targa capita di tornare dal bersaglio di buon passo per non perdere il turno; il consiglio che si sente è di non tirare finché il respiro non si è calmato. L'unico studio che ha guardato la prima freccia dopo uno sforzo è un abstract presentato nel 2016 a un congresso americano di medicina dello sport. Quindici arcieri esperti, con due archi compound forniti per la prova, uno a camma singola e uno a doppia camma, hanno tirato a 20 yard prima a riposo e poi subito dopo cinque minuti di camminata in salita sul tapis roulant, trenta secondi di pausa e una corsa di 300 yard, ogni volta quattro frecce il più in fretta possibile senza rinunciare alla precisione.
La prima freccia dopo lo sforzo cadeva in media a circa sei centimetri dal centro del gruppo tirato a riposo, 59,07 millimetri con la doppia camma e 59,27 con la camma singola, e il tempo di mira non cambiava: 3,49 secondi a riposo e 3,72 dopo lo sforzo con la doppia camma, 3,62 e 3,59 con la camma singola. Lo scostamento della prima freccia non seguiva la frequenza cardiaca, con correlazioni di -0,02 e 0,24, e gli autori ne concludono che il battito alto non peggiora la prima freccia.
Il confronto che l'abstract riporta, però, è fra i due archi, ed è per questo che nel registro lo stesso studio sostiene un'altra affermazione, che dopo uno sforzo fisico gli archi a camma singola e a doppia camma perdono la stessa precisione. Per rispondere alla domanda dell'arciere servirebbe la prima freccia dopo lo sforzo messa accanto a una prima freccia tirata a riposo, e l'abstract non la riporta: i sei centimetri, da soli, non dicono se siano tanti o pochi per quegli arcieri. Le deviazioni standard, intorno ai cinque centimetri su medie di sei, dicono poi che da un arciere all'altro le cose cambiavano moltissimo, con una sola prima freccia per arciere e per arco. C'è anche un passaggio che non torna: con la doppia camma il gruppo delle tre frecce migliori misura 80 millimetri a riposo e 56 dopo lo sforzo, e gli autori lo chiamano una differenza significativa con un p di 0,16. La domanda, infine, non è stata messa alla prova sul ricurvo né con il fiato corto come capita in gara, per cui l'affermazione che arrivare alla piazzola col fiato corto peggiora la prima freccia è non studiata.
Un dato vicino viene da tredici arcieri di una squadra nazionale, di livello internazionale. Hanno tirato volée da tre frecce a 18 metri, in un minuto, prima a riposo e poi subito dopo tre minuti di corsa a navetta, con la linea di tiro a tre metri dall'arrivo; il battito durante il tiro saliva da una media di 112-119 a una di 166-168 battiti al minuto, e il punteggio delle volée non cambiava. È uno dei risultati per cui l'affermazione che una frequenza cardiaca più bassa al momento del tiro migliora il punteggio è contestata: quando la frequenza è stata alzata con la corsa, il punteggio non l'ha seguita. Lo studio però somma le tre frecce di ogni volée e non dice come sia andata la prima, cioè proprio la freccia della domanda.
Dove si fermano gli studi
Messi insieme, questi dati lasciano aperte le due domande da cui siamo partiti. Sulla prima freccia la domanda non è stata messa alla prova su molte volée tirate all'aperto e al chiuso, con tempi di gara diversi e con un'analisi che tenga conto delle frecce dello stesso arciere: è il controllo che direbbe se un effetto dell'ordine esiste e, se c'è, se dipende dalla prima freccia che va meglio o dalle ultime che vanno peggio quando il tempo stringe. Sul fiato corto nessuno ha confrontato, nello stesso arciere del ricurvo, la prima freccia dopo una camminata veloce o una salita con una prima freccia a riposo, con abbastanza frecce per vedere un effetto piccolo.
Quello che si può dire, quindi, è poco e preciso. In dieci adolescenti esperti la prima freccia faceva meglio delle altre due, in diciotto arcieri d'élite no. Nello studio che ha misurato il punteggio delle volée subito dopo una corsa a navetta, un battito medio oltre i 160 al minuto non ha tolto punti, ma la prima freccia non è stata guardata da sola. E il tempo concesso per ogni freccia, almeno nelle prove brevi che sono state misurate, basta agli arcieri esperti.
Cosa ne ricavo per la linea di tiro
La prima cosa che ne ricavo è che non avrei motivo di cambiare il ritmo della volée per sfruttare un vantaggio della prima freccia, perché negli arcieri d'élite quel vantaggio non si è visto. Ha più senso tirare la prima freccia con la stessa routine delle altre, senza affrettarla perché il bersaglio è vuoto e senza caricarla di aspettative perché dovrebbe essere la migliore.
La seconda è che il proprio andamento si può guardare, ma va segnato apposta. Lo statino ordina le frecce dal punteggio più alto al più basso, e l'ordine di tiro si perde; in allenamento basta numerare le frecce, o annotare la posizione di ciascuna su un foglio di plotting, e dopo qualche decina di volée si vede se la prima, la seconda o la terza si stacca dalle altre. Con poche volée una differenza di qualche decimo può nascere dal caso, e conviene aspettare di averne molte prima di trarne qualcosa.
La terza riguarda il respiro, e qui i dati non dicono di aspettare né di non farlo. Dicono che il tempo concesso per ogni freccia, almeno nelle prove brevi che sono state misurate, agli arcieri esperti basta, per cui se arrivo in linea col fiatone prendermi qualche respiro prima della prima freccia mi costa poco; lo faccio per sentirmi pronto, non perché uno studio abbia mostrato che la freccia ne guadagni. Sul tempo di mira vale lo stesso ragionamento: visto che la durata adatta cambia da arciere ad arciere, più che seguire una regola generale conviene conoscere la propria, e l'articolo sul tempo di mira spiega come misurarla.