«Chiudo l'occhio o lo tengo aperto?» È una delle prime domande che un arciere fa a chi gli insegna, e la risposta cambia a seconda di chi la dà. C'è chi consiglia di chiudere l'occhio che non mira, perché così sparisce la seconda immagine del mirino e il pin si centra più facilmente, e chi consiglia il contrario, perché con due occhi aperti il bersaglio si vede meglio e ci si stanca meno. Molti, alla fine, scelgono una via di mezzo e strizzano l'occhio senza chiuderlo del tutto.

Sulla domanda precisa, cioè se un occhio chiuso stringa il gruppo, gli studi che hanno fatto tirare gli stessi arcieri nelle due condizioni sono due, e arrivano a conclusioni opposte. Nel registro l'affermazione che mirare con un occhio chiuso dia gruppi più stretti è contestata, e qui racconto perché: che cosa hanno misurato i due studi, quanto pesa ciascuno, e che cosa si sa di dove guarda l'arciere mentre mira, che è il pezzo meno conosciuto della risposta. Il tema confina con quello dell'occhio dominante, che ho trattato in un articolo a parte: là la domanda è quale occhio mira, qui è che cosa fare con l'altro.

Che cosa cambia chiudendo un occhio

In mira gli occhi devono gestire due oggetti a distanze molto diverse: il mirino, a meno di un metro, e il bersaglio, a decine di metri. Con entrambi gli occhi aperti e lo sguardo sul bersaglio, l'occhio che non mira vede il mirino da un'altra angolazione, e il mirino si sdoppia: è la diplopia fisiologica, che compare ogni volta che si fissa un oggetto lontano con uno vicino nel campo visivo. Chiudere quell'occhio toglie l'immagine doppia; in cambio si rinuncia alla visione binoculare, quella con cui il cervello confronta le due immagini e ne ricava la profondità.

Su quale delle due cose conti di più si possono costruire argomenti in entrambe le direzioni, ed è il motivo per cui servono le misure. Il gruppo giapponese che ha fatto il secondo dei due esperimenti partiva proprio da un'ipotesi a favore dei due occhi: guardando insieme il mirino vicino e il bersaglio lontano, l'arciere potrebbe usare la differenza di distanza come riferimento di profondità e tirare meglio. Sul punteggio, come si vedrà, l'ipotesi non ha trovato conferma.

Il primo confronto: tre frecce a diciotto metri

Il primo studio arriva dal Sudafrica ed è del 2010. Era un lavoro di optometria più ampio, sulle capacità visive che contano nel tiro con l'arco, e il confronto fra uno e due occhi era una delle prove. Il campione era di ventotto arcieri fra i 12 e i 58 anni, dai principianti agli esperti, ma i nove tradizionali, che non usano il mirino, erano esclusi da questa prova, che hanno fatto in diciannove: undici di compound e otto di ricurvo. Ognuno tirava tre frecce a 18 metri su un foglio bianco di 90 per 50 millimetri: prima con l'occhio che non mira coperto, poi con entrambi gli occhi aperti. La misura era la distanza fra le due frecce più esterne del gruppo.

Gli autori non fanno un test statistico fra le due condizioni. Dai dati costruiscono delle fasce di riferimento, e nella fascia media il gruppo va da 52 a 90 millimetri con un occhio chiuso contro 59-124 con due occhi aperti; ne concludono che mirare con un occhio sembra più vantaggioso. I limiti però pesano. Tre frecce per condizione sono poche per misurare un gruppo, e l'ordine era sempre lo stesso, per cui la seconda serie poteva risentire della prima. Gli autori stessi, poi, scrivono che un arciere ha fatto a occhi aperti un gruppo di 305 millimetri e che senza quel dato il risultato potrebbe cambiare: il vantaggio dell'occhio chiuso, in questo campione, poggia in buona parte su una persona.

Il secondo confronto: trentasei frecce a trenta metri

Tredici anni dopo, all'università di Osaka, un gruppo di oculisti e di scienziati dello sport ha rifatto la prova con un disegno più solido. Quattordici arcieri del club universitario, con un'età media di 20,7 anni, hanno tirato 36 frecce per condizione a 30 metri su una visuale da 80 centimetri. Metà ha cominciato con due occhi aperti e metà con l'occhio coperto, così che la stanchezza pesasse allo stesso modo sulle due condizioni, e l'occhio non dominante veniva chiuso del tutto da una benda. In tutti e quattordici l'occhio che guardava il mirino era il destro, e coincideva con l'occhio dominante.

Sul punteggio la benda non ha fatto una differenza misurabile. Il totale sulle 36 frecce era di 257,6 punti con due occhi aperti e di 250,9 con l'occhio coperto, con differenze molto ampie fra un arciere e l'altro (la deviazione standard supera i 70 punti in entrambe le condizioni) e una differenza fra le medie che il test non distingue dal caso (p = 0,22). Anche il centro del gruppo restava dov'era: stava a 4,67 centimetri dal centro del bersaglio con due occhi e a 5,33 con uno (p = 0,83). Coprire l'occhio, in questi arcieri, non ha alzato il punteggio e non ha avvicinato il gruppo al centro. La larghezza del gruppo, la misura del primo studio, a Osaka non è stata calcolata.

Gli autori hanno poi contato, per ogni arciere, quante frecce finivano in ciascuna zona del bersaglio, dallo zero al dieci, e hanno confrontato le due condizioni zona per zona. La figura riporta le medie delle zone in cui è arrivata almeno una freccia.

FIG · 01 Con un occhio coperto le frecce si distribuiscono quasi uguali Frecce per arciere in ogni zona, media · 14 arcieri, 36 frecce per condizione a 30 m due occhi aperti occhio non dominante coperto 0 2 4 6 8 10 12 14 zona 10 zona 9 * zona 8 zona 7 zona 6 zona 5 zona 4 zona 3 frecce per arciere, in media * p = 0,047, l'unico sotto 0,05 su otto confronti senza correzione
Fig. 01 Ogni riga è una zona del bersaglio. Il punto pieno è il numero medio di frecce per arciere con due occhi aperti, il cerchio vuoto con l'occhio non dominante coperto. Nelle zone dallo zero al due la media è zero in entrambe le condizioni. Le medie della tabella sommano a circa trenta frecce per arciere sulle trentasei tirate, in tutte e due le condizioni, e lo studio non dice dove siano finite le altre. Dati ridisegnati dalla tabella dello studio di Osaka.

Nelle tre zone più esterne, dallo zero al due, non è arrivata nessuna freccia, quindi i confronti con un test sono otto, e in sette di questi la differenza fra le due condizioni non raggiunge la significatività statistica. Nel dieci le frecce sono 6,64 con due occhi e 6,50 con uno; nell'otto 6,07 contro 7,57, una differenza che resta lontana dalla soglia (p = 0,151). L'unica zona che la supera è il nove, con 11,86 frecce a occhi aperti contro 9,36 a occhio coperto (p = 0,047), ed è proprio il risultato che il riassunto dell'articolo mette in evidenza. Va letto con cautela, perché quando si fanno otto confronti, ciascuno con una soglia del 5%, la probabilità che almeno uno la superi per caso è tutt'altro che piccola, e gli autori non hanno applicato nessuna correzione. Con un p appena sotto la soglia e un punteggio totale che non si muove, il nove non si può leggere come un effetto dei due occhi aperti, e nel registro non l'ho trattato come tale.

Che cosa misurano, e che cosa no, i due studi

Sudafrica, 2010Osaka, 2023
Arcieri19 di un campione di 28 fra i 12 e i 58 anni, compound e ricurvo14 di un club universitario, età media 20,7 anni
Frecce per condizione3, a 18 m36, a 30 m
Ordine delle condizionisempre lo stessoincrociato fra due gruppi
Che cosa si misuralarghezza del gruppopunteggio, centro del gruppo, frecce per zona
Statisticanessun testun test per misura, otto confronti senza correzione per le zone
Esitogruppi più stretti con un occhio chiusonessuna differenza nel punteggio né nel centro del gruppo

Messi accanto, i due lavori non misurano la stessa cosa: il primo guarda la larghezza di un gruppo di tre frecce, il secondo il punteggio e la posizione del gruppo su trentasei. In entrambi, inoltre, le due condizioni si provano una dopo l'altra nella stessa seduta, e almeno una è nuova per chi tira: a Osaka si copre l'occhio ad arcieri abituati a mirare con due occhi aperti, in Sudafrica ciascuno tira anche nel modo che di solito non usa. Nessuno dei due ha confrontato arcieri che tirano da anni con un occhio chiuso con arcieri che tirano da anni con due occhi aperti, né ha lasciato il tempo di adattarsi alla condizione nuova. Per questo lo stato è contestato: gli studi su arcieri vanno in direzioni opposte, il migliore dei due va contro l'affermazione, ma due studi non bastano per chiudere la questione.

Dove guarda chi mira con due occhi aperti

Lo studio di Osaka aveva una seconda parte, che secondo me dice di più su che cosa succede in mira. Sette dei quattordici arcieri, scelti a caso, hanno ripetuto la prova con un sistema che registrava i movimenti degli occhi 240 volte al secondo. Con entrambi gli occhi aperti cinque su sette alternavano lo sguardo fra il bersaglio e il mirino fino al rilascio; con l'occhio coperto lo facevano in due. Nell'arciere che gli autori portano ad esempio la differenza si vede bene: a occhi aperti lo sguardo va avanti e indietro fra bersaglio e mirino finché la freccia non parte, a occhio coperto guarda prima il bersaglio, poi il mirino, e lì resta.

FIG · 02 Con due occhi aperti lo sguardo va e viene Arcieri che alternano lo sguardo fra bersaglio e mirino fino al rilascio · 7 arcieri, 240 Hz alterna fra bersaglio e mirino un solo punto di fissazione due occhi aperti 5 su 7 occhio coperto 2 su 7 Differenza fra le due condizioni: p = 0,051 (test esatto di Fisher)
Fig. 02 Ogni cerchio è uno dei sette arcieri registrati. Pieno se il suo sguardo andava e veniva fra bersaglio e mirino fino al rilascio, vuoto se si fermava su un solo punto. Con sette persone la differenza resta sul filo della soglia. Dati dalla tabella dello studio di Osaka.

Gli autori leggono questo andirivieni come un modo di usare la distanza fra mirino e bersaglio per farsi un'idea della profondità. È un'interpretazione, e lo studio non la lega al punteggio: descrive come cambia il modo di guardare, non se cambia il risultato. Dice però una cosa concreta a chi tira con due occhi aperti, cioè che fissare un punto solo, dall'inizio alla fine, non è quello che fa la maggior parte di questi arcieri.

Un altro studio, britannico, mostra per altra via quanto sia comune l'occhio socchiuso. I ricercatori volevano misurare il quiet eye, la fissazione stabile sul bersaglio nella parte finale della mira, in arcieri di livello olimpico e in principianti; nelle prove pilota gli eye tracker a telecamera perdevano i dati, perché alcuni arcieri chiudevano o strizzavano un occhio durante la mira, e i ricercatori sono passati all'elettro-oculografia, che registra il segnale elettrico intorno all'occhio. Dice che l'abitudine è comune, non che funzioni. Nello stesso studio gli arcieri olimpici tenevano lo sguardo fermo sul bersaglio per 1,96 secondi contro 0,76 dei principianti, un legame con la precisione che nel registro è riportato e che nasce da un confronto fra livelli, non fra le frecce dello stesso arciere.

Lo sguardo durante la trazione

C'è poi una misura che va contro un'idea molto radicata. Si insegna di solito a non staccare mai gli occhi dal centro, dal momento in cui si alza l'arco fino a dopo il rilascio, perché uno sguardo che si muove porterebbe con sé la mira. Nel registro, l'unico studio che ha seguito gli occhi di arcieri esperti durante la trazione viene dal kyudo, il tiro con l'arco tradizionale giapponese, ed è una comunicazione a congresso di due pagine del 1994. Quattro studenti universitari con almeno sei anni di pratica e un principiante, con un eye tracker addosso, hanno ripetuto quattro volte la sequenza del tiro, fino a cinque secondi di tenuta in mira.

Nel principiante lo sguardo restava sul bersaglio dall'inizio alla fine. In tutti e quattro gli esperti, invece, era sul bersaglio prima della trazione e poi scendeva in basso a destra, con i punti di fissazione divisi in due gruppi, e lo spostamento cominciava nel momento in cui il corpo prende il carico dell'arco. In ciascuno di loro il percorso dello sguardo si ripeteva quasi identico a ogni tiro, anche se cambiava da un esperto all'altro. Gli autori pensano a una mira affidata in parte alla visione periferica, e la presentano loro stessi come una congettura.

Nel registro l'affermazione che negli arcieri esperti di kyudo lo sguardo in trazione non resti fisso sul bersaglio è riportata, e non può andare oltre: cinque persone, nessun numero, nessuna statistica, un confronto con il principiante che poggia su un individuo solo, e soprattutto il kyudo, che non usa il mirino. L'unico dato sulla trazione nel ricurvo viene da uno studio coreano del 2019 su sette arcieri della nazionale e sette universitari, che però guardavano un filmato del tiro ripreso dal punto di vista dell'arciere invece di tirare: nella preparazione e nella trazione i due gruppi non differivano, e alla fine entrambi guardavano bersaglio e mirino. Guardare un filmato non è tirare con l'arco in mano, per cui sul ricurvo la domanda resta aperta.

Messi insieme a quelli di Osaka, questi dati disegnano una mira meno rigida di quella che si insegna. Gli esperti di kyudo durante la trazione, e la maggior parte degli arcieri universitari di Osaka a due occhi aperti, non tengono lo sguardo inchiodato su un punto ma lo spostano, e nel kyudo lo spostano sempre allo stesso modo. Resta un'osservazione su pochi arcieri, e nessuno studio ha ancora mostrato che questi movimenti servano a tirare meglio.

Se l'occhio dominante è dall'altro lato

La domanda sull'occhio chiuso nasce spesso da un'altra. Chi ha l'occhio dominante dal lato opposto alla mano con cui tira si sente dire di chiudere un occhio, o di passare all'arco dell'altra mano. Anche l'affermazione che la dominanza crociata fra occhio e mano peggiori la precisione è contestata, e i dati cambiano segno a seconda di chi tira. Su 82 studenti di scienze motorie al primo contatto con l'arco, con un ricurvo da principiante senza mirino a 7 metri, chi aveva occhio e mano dallo stesso lato faceva più punti dei crociati. Fra gli arcieri già formati il vantaggio non si vede: nel 1986, su 81 arcieri statunitensi divisi in quattro livelli di punteggio, la dominanza crociata non distingueva i livelli, e sui questionari di 1.135 arcieri francesi la quota di crociati restava fra il 15 e il 19% dal livello di club a quello internazionale.

Gli autori dello studio francese pensano che sia il mirino ad annullare lo svantaggio dei principianti, ma è un'ipotesi, perché nessuno ha seguito nel tempo arcieri crociati e non crociati con lo stesso allenamento. Per il caso pratico, cioè quale lato scegliere quando si comincia e come gestire l'occhio dominante quando non sta dalla parte dell'arco che si usa, rimando all'articolo sull'occhio dominante.

Che cosa ne ricavo per la linea di tiro

Il primo punto è che i dati non danno un motivo per cambiare abitudine. Se tiri con un occhio chiuso e il gruppo è stabile, nessuno studio dice che aprirlo ti farà fare più punti; se tiri con due occhi aperti, lo studio fatto meglio non ha trovato vantaggi nel coprirne uno, almeno nella prima seduta. Oggi la scelta si fa sul campo, guardando i propri gruppi, perché la letteratura non la decide.

Il secondo riguarda il modo di provare, se vuoi farlo. I due studi mostrano bene che cosa evitare: tre frecce per condizione, sempre nello stesso ordine, non bastano, perché una sola freccia larga pesa su tutto il confronto, come il gruppo da 305 millimetri nello studio sudafricano. Il disegno di Osaka è più vicino a quello che serve: una serie lunga per condizione, l'ordine invertito (a Osaka fra due gruppi di arcieri, da soli fra una seduta e l'altra), e come misura il punteggio insieme alla posizione del gruppo. Va messo in conto anche che la condizione nuova si prova senza abitudine, per cui un confronto fatto il primo giorno misura la novità almeno quanto la condizione.

Il terzo riguarda lo sguardo. Le misure, poche e piccole, dicono che gli esperti di kyudo non tengono gli occhi fermi su un punto per tutta la trazione, e che con due occhi aperti cinque arcieri universitari su sette passavano dal bersaglio al mirino fino al rilascio. Nessuno ha verificato che muovere lo sguardo di proposito aiuti, per cui non ne farei un esercizio; se però, guardandoti in un video o ascoltando le tue sensazioni, ti accorgi che lo sguardo non resta inchiodato al centro, i dati disponibili non indicano che sia un problema.

Che cosa manca

Servirebbe uno studio su arcieri che tirano abitualmente con un occhio chiuso e su arcieri che tirano abitualmente con due occhi aperti, oppure un confronto fatto dopo un periodo di adattamento, con un campione più grande di quattordici persone e le zone del bersaglio analizzate tutte insieme invece che una per una. Per lo sguardo serve un inseguimento oculare su arcieri del ricurvo e del compound mentre tirano, con più soggetti per livello e il punteggio di ogni freccia, per capire se lo sguardo lasci il bersaglio anche fuori dal kyudo, e se quel movimento accompagni soltanto il carico dell'arco o serva a qualcosa. Fino ad allora, sulla domanda da cui siamo partiti, i due studi disponibili lasciano la scelta all'arciere.